Ci sono elementi in questa storia che rimangono incerti perché, col passare degli anni, i ricordi sono sbiaditi o si sono mescolati coi sogni. Ciononostante, alcuni dettagli si sono radicati nitidamente nella memoria della nostra protagonista e ci affideremo a questi, tentando di ricostruire i fatti nel modo più coerente possibile.
Sappiamo che una mattina di fine ottobre del 1998 Francesca uscì dal Policlinico Universitario con la pelle d’oca, perché indossava solo una maglietta a maniche corte e l’aria era inaspettatamente fredda. La lunga coda dell’estate s’era esaurita all’improvviso, sorprendendo la città con un cielo scuro e un brusco calo delle temperature. Francesca era andata a farsi togliere i punti di sutura da una ferita alla testa. La chiamiamo Francesca, ma è un nome di fantasia. Il traffico era congestionato e lungo i marciapiedi andavano e venivano gli studenti. Lei non era una di loro. Tutte le sue amiche seguivano un corso all’università, lei invece era in cerca di un’occupazione retribuita. Aveva imparato a lavorare al bancone in un bar tavola calda frequentato dagli universitari, ma poi, all’avvicinarsi della pausa estiva e della fine delle sessioni d’esame, il proprietario aveva annunciato il licenziamento di quasi tutto il personale.
«E io che faccio?», aveva protestato Francesca. «Almeno una liquidazione! Ho bisogno di soldi!»
Lui le aveva riso in faccia:
«Ma che me frega a me? Mica avemo fatto un contratto!»
Nella mente di Francesca quella risata s’era deformata in una disgustosa bocca cariata e deforme. [Leggi di più…]






