Stimolare la curiosità negli altri e in se stessi può essere parte del processo creativo di musicisti e scrittori. E la cosa ha insospettabili basi scientifiche. Ne parlo in questo video, ispirato dalla lettura di un libro sugli alberi.
Il video è parte della serie dedicata alla Creatività, che si può vedere per intero qui ☞Creatività – Capirla e stimolarla
L’idea è nata da un passaggio del libro di Tristan Gooley «Leggere gli Alberi», in cui cita il lavoro del professore di economia e psicologia George Loewenstein e la sua teoria del «vuoto di conoscenza».
L’idea di base è che la curiosità nasce quando si hanno alcune informazioni circa un contesto dato: la mente cerca istintivamente di colmare i vuoti di conoscenza. Da qui si capisce che per stimolare la curiosità è sufficiente fornire un set di informazioni incomplete alla mente, cosicché questa sia automaticamente stimolata a cercare quelle mancanti.
In fondo non è quello che fa un giallista nei suoi romanzi? Il lettore è spinto a colmare i «vuoti di conoscenza» assieme al protagonista investigatore.
Ma poi mi è venuto in mente che stimolare la curiosità in un contesto artistico o comunque creativo è una sorta di medaglia con due facce: lo si può fare nei confronti del pubblico che fruisce dell’opera finale (come gli autori di romanzi polizieschi); ma lo può fare anche il creativo nei confronti di se stesso. Per esempio quando è in crisi e non sa come proseguire nella scrittura di un brano musicale o di un racconto.
Questo può essere meno intuitivo. Perché se sono io l’autore dell’opera, il contesto da cui prendere le informazioni non esiste, perché non l’ho ancora inventato o comunque è ancora incompleto. Come si può stimolare la curiosità nei confronti di qualcosa che non esiste ancora?
E qui entra in gioco la teoria della creazione come «scoperta», secondo cui nessun autore inventa davvero niente, ma in realtà «scopre» l’opera.








