
Inauguro la rubrica dedicata ai Libri Belli con Le Avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain (pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens). È un classico intramontabile di cui mi sono innamorato da ragazzo e che poi ho riletto più volte da adulto, anche insieme ai miei figli.
Le prossime saranno recensioni più brevi, sul tipo di quelle che faccio per i Dischi Belli. Questa prima uscita si dilungherà appena un po’ perché è la prima e perché parla di un libro a cui sono particolarmente affezionato.
Questa qui sopra è la mia edizione Garzanti del 1992, con introduzione di Enzo Giachino e traduzione di Giovanni Baldi.
Descritto solitamente come romanzo picaresco, Le Avventure di Huckleberry Finn è il seguito di «Le Avventure di Tom Sawyer», che si concludeva con i due amici, Tom e Huck, che trovavano un grosso tesoro.
Racconta il viaggio di un ragazzino ignorante e felice di esserlo, che non sa adattarsi alla vita civile ed è smanioso di avventure, ma si trova stretto tra la ricca vedova che ha deciso di adottarlo e il padre alcolizzato e violento che tenta di appropriarsi delle sue ricchezze. Huckleberry finge la propria morte e scappa a bordo di una zattera lungo il fiume Mississippi.
Alla sua prima tappa incontra Jim, uno schiavo fuggiasco, la cui padrona è proprio la stessa ricca vedova che aveva adottato Huck. I due diventano amici inseparabili e vivono un turbine di peripezie.
Nonostante la sua apparente leggerezza, Le Avventure di Huckleberry Finn è un grande classico, secondo Hemingway è addirittura all’origine del romanzo americano. Pur avendo quasi 150 anni è molto più divertente di tanti moderni libri per ragazzi. Tuttavia ha bisogno di essere contestualizzato.
Fu pubblicato nel 1884, ma è ambientato quarant’anni prima. È un dettaglio importante, perché durante quel lasso di tempo c’è stata la Guerra di Secessione Americana, che ha posto fine alla schiavitù. Twain racconta di due personaggi in fuga dalla civiltà schiavista.
Alcuni lo considerano un romanzo razzista, per l’uso della parola «negro» e perché spesso gli afroamericani sono descritti come ignoranti e superstiziosi. Vale la pena spendere due parole su questo, anche come chiave di lettura per i più giovani.
In realtà, tutto il racconto è caratterizzato dall’uso di un linguaggio fortemente mimetico, cioè che cerca di somigliare il più possibile al vero modo di parlare delle persone povere che vivevano a quel tempo in quelle zone; infatti è pieno di sgrammaticature, slang e sfondoni. La parola «negro» era quella usata correntemente.
Per quanto riguarda l’ignoranza e la superstiziosità dei neri, è chiaramente il frutto della misera condizione di vita in cui sono costretti a crescere gli schiavi. Fra l’altro l’autore si prende gioco dell’ignoranza dei neri quanto di quella dei bianchi, creando delle gag esilaranti; come quando Huck cerca di spiegare cose a Jim infilando strafalcioni uno dietro l’altro.
Jim è descritto come coraggioso, amorevole, coscienzioso e protettivo. Si lega ad Huck non come uno schiavo al padrone, ma come un amico. E lo dichiara a cuore aperto: dice a Huck che è «il meglio amico che ha». Jim è un personaggio totalmente positivo.
Huckleberry è angosciato dal fatto di fare una cosa «immorale» aiutando il suo amico a fuggire, eppure decide che non gliene importa: si giustifica dicendo che tanto lui è un ragazzo cattivo e non ci si può fare niente.
Huckleberry Finn è un eroe antirazzista che non sa di esserlo, perché non sa niente, non sa nemmeno cosa sia il razzismo; segue il cuore e se questo gli dice di infrangere la legge lo fa, fregandosene delle conseguenze. Anche se gli hanno insegnato che è sbagliato, agisce secondo coscienza. Lui non lo sa, ma compie un coraggioso atto di disobbedienza civile.
Le Avventure di Huckleberry Finn fa ridere, fa piangere e fa pensare ed è scritto in uno stile anticonvenzionale, ammiccante, senza fronzoli e dal ritmo perfetto. Aternando momenti comici e drammatici, mette in scena una meravigliosa satira del potere, critica l’ipocrisia, la violenza fine a se stessa, la credulità popolare, la ferocia del branco.
È uno dei più grandi romanzi della letteratura mondiale di sempre.
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