Di solito non frequento gli argomenti di tendenza, ma questo album non potevo non segnalarlo. Nella rubrica Dischi Belli devo per forza inserire «Vol. II» degli Angine de Poitrine, che chiaramente è un secondo album, che è autoprodotto (invece il primo era uscito per un’etichetta indipendente) e che è imperdibile come poche cose uscite negli ultimi anni.
Gli Angine de Poitrine sono un duo di ragazzi quebecchesi, che suonano insieme da quando avevano tredici anni e si esibiscono con grosse maschere di cartapesta e pseudonimi che li fanno apparire come due strambi alieni a pois. Sono Khn de Poitrine, che suona una chitarra-basso a doppio manico con intervalli microtonali (costruita apposta per lui da un liutaio canadese) e Klek de Poitrine, batterista.
Sono sulla bocca di tutti perché «Vol. II» è uscito esattamente nel momento giusto, mentre la band era sulla cresta dell’onda per alcuni video di loro esibizioni andati virali e per il notevole endorsement da parte di Dave Ghrol. Come succede sempre quando qualcosa va virale, è scattata la gara a parlare di loro il prima possibile. Poi chiaramente c’è pure chi si sente obbligato a criticare per posizionamento da bastian contrario.
Io posso dire che se avessi sentito gli Angine de Poitrine quando avevo vent’anni sarei impazzito completamente. Sono bravi, fanno musica originale, rockeggiano alla grande, sono tecnicamente sbalorditivi ma non indugiano in noiosi tecnicismi.
Eppure non sarebbero potuti esistere all’epoca dei miei vent’anni, perché la loro musica è un miscuglio di cose che oggi consideriamo parte della storia del rock, ma che all’epoca erano perlopiù troppo fresche: l’energia selvaggia dei Kyuss, i mondi fantastici degli Ozric Tentacles, la maniacalità compulsiva del math rock. E naturalmente la loop station, che a quel tempo non c’era e con la quale loro riescono a compiere sbalorditive acrobazie circensi.
Per chi non lo sa: una loop station è un effetto a pedale che permette di registrare frasi musicali suonate sul momento e poi le replica automaticamente all’infinito («loop»), così che il musicista può suonarci sopra altre cose (in verità la prima «loop machine» uscì all’inizio degli anni ’90, ma i primi modelli di successo furono commercializzati dieci anni dopo).
L’album contiene solo sei tracce; quasi tutte durano oltre 6 minuti eppure non te ne accorgi per quanto sono trascinanti.
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