Questa intervista a Paolo Palmacci si è svolta in chat tra maggio e giugno del 2026, una chiacchierata su punk, cretività e paludi mentali. Una cosa molto informale, in cui ci siamo confrontati su alcuni temi e Paolo mi ha raccontato la sua esperienza nell’uso della creatività per affrontare la chiusura dell’ambiente sociale.
Recentemente Paolo ha fatto parlare di sé per l’ambizioso progetto di mappatura delle Fanzine italiane degli anni ’80.
La scusa per questa chattata, però, era la promozione del suo ultimo lavoro, «No Capitulation», una compilation di brani prodotti dalle band da lui inventate, incarnate però da veri musicisti che hanno deciso di partecipare al progetto.
L’album si acquista qui ☞No Capitulation
No Capitulation è un progetto multimediale, è una fanzine, un album, una collezione di réclame. Per la copertina si avvale nientepopodimeno che di un disegno originale di Tanino Liberatore.
Il disco in vinile è contenuto all’interno di un gigantesco foglio ripiegato, strutturato come le vecchie fanzine (ma la qualità della carta e della stampa sono altissime), un vera opera d’arte fatta a mano, col buon vecchio metodo del collage. Altre parti delle grafiche, invece, sono state realizzate con l’intelligenza artificiale.
Il disco contiene un «modulo di richiesta di residenza» per la città di Hpyrloo; e c’è, oltre al vinile vero, un «vinile sublinguale» che, avvicinato a uno smartphone, fa partire il download automatico delle tracce dell’album da Bandcamp.

Anche la promozione dell’album è parte integrante di un progetto artistico in cui musica, grafica, design e performance art si mescolano senza soluzione di continuità. Con un ribaltamento concettuale dei peggiori processi produttivi del mercato mainstream.

Laddove oggi ci sono produttori che creano band con l’A.I. e le spacciano per vere, qui abbiamo veri musicisti che si spacciano per finte band; laddove oggi abbiamo agenzie di web-marketing che, con una forma di pubblicità particolarmente subdola, promuovono i musicisti creando finti fan e finti contenuti, qui abbiamo piccole opere d’arte audio/video che fingono di essere spot pubblicitari.

Disclaimer
La nostra chiacchierata è stata una cosa molto rilassata, abbiamo voluto prenderci tutto il tempo che ci serviva per riflettere e prendere sul serio le questioni. Tra una domanda e una risposta spesso passavano alcuni giorni. Questo ha contribuito a rendere l’intervista molto spontanea.
Le parti in corsivo sono aggiunte fatte da me a posteriori, per spiegare cose che il lettore non capirebbe o potrebbe fraintendere oppure non sapere.
La maggior parte delle risposte di Paolo erano messaggi vocali. Non è facile riportare per iscritto le infinite sfumature del tono di voce, che sono parte integrante del significato. Ho fatto del mio meglio per rendere il tutto più chiaro possibile.
Le immagini (a eccezione di quelle con la filigrana lucaricatti.it) mi sono state fornite da Paolo.
Buona lettura.
Intervista a Paolo Palmacci
Luca Ricatti: Allora Paolo, quando ti ho citato nella mia pagina sui blog consigliati avevo scritto che sei un ex-punk rocker, ma tu mi ha corretto scrivendomi che l’ex non è valido perché il punk «è una «weltanschauung» [una concezione del mondo, una visione della vita, ndr].
Potremmo partire da qui: vuoi raccontarci qualcosa di te partendo dal tuo rapporto con il punk? Come è nato, come si è evoluto, cosa significa «punk» per te.
*(come è nato il tuo rapporto col punk, non come è nato il punk).
Paolo Palmacci: Certo. Io vado di stream of consciousness, facciamo un brain-storming, praticamente, perché concordo con te sulla noia di rispettare le forme e le «regole». Ecco cosa significa essere punk per me: una radicale incapacità di accettare le regole (e le forme che esse assumono), pur dovendo riconoscere che sono in definitiva essenziali perché un gruppo umano (società) possa permanere in qualche modo coeso
Quindi effettuo una netta distinzione tra accettazione «esteriore», formale, funzionale e accettazione «interiore», interiorizzazione di quelle regole.
Quindi una non identificazione interiore con le regole sociali (quella che Durkheim chiamava «anomia») ma non il conseguente smarrimento perché ho ben costruito (da quando ho iniziato a pensare in modo autonomo nell’adolescenza) i miei valori, la mia visione del mondo. Come ho fatto? Parlando ore con me stesso.
Parlare con se stessi è la cosa più difficile che credo possa esserci, perché ti sgami subito quando stai dicendo una cagata
Detto questo che succede? Che nel 1980, a 16 anni, vengo contagiato dal virus della pandemia «Punk-77». Come milioni di altri adolescenti in quegli anni.
Quindi iniziai a produrre suoni senza nessuna conoscenza della musica, era il punk che ci autorizzava: se avevi qualcosa da dire potevi farlo a prescindere dalla tecnica. Il contenuto assolutamente al di sopra della forma. E di certo dal punto meramente musicale di danni io e altri come me ne abbiamo fatti 😉
Nel 1981 creai la mia prima band: Negative Existence che poi divennero nel 1985 No Existence.
L.R.: La distinzione tra accettazione «esterna» e «interna» delle regole è molto interessante, magari dopo ci torniamo.
Per quanto riguarda il fatto della conoscenza della musica, da persona che si occupa di didattica musicale posso dirti che l’idea che lo studio abbia un’influenza negativa sulla creatività (diffusa in effetti anche tra i punk rocker, ma non solo) per me non ha senso (ci ho fatto un video, su questo).
Però penso anche che la forma del punk rock è pregna di significato; ha qualcosa di prezioso. La forma è sempre anche significato: in questo caso esprime un’urgenza, il bisogno di dire qualcosa qui e adesso, senza aspettare il lunghi tempi dello studio o della composizione ragionata. È come quando un bambino protesta con un adulto: non può mica aspettare di diventare grande, deve dire subito quello che ha dentro, a costo di essere buffo e scoordinato. E se hai la capacità di ascoltare, spesso le proteste dei bambini ti aprono mondi.
Tornando alla tua storia, ho letto che un’etichetta finlandese ha ripubblicato una vecchia produzione dei No Existence. Quanti album avete realizzato negli anni ’80? Erano tutte autoproduzioni o avete mai firmato con un’etichetta?
Paolo Palmmacci: Esattamente, non dimentichiamoci che il punk fu una reazione alla «classicizzazione» del rock che avvenne nella prima metà degli anni ’70, dopo la fine dell’utopia del ’68, e di cui il rock cosiddetto «barocco» fu il tentativo più radicale.
[poi siamo tornati sull’argomento qualche giorno dopo, ndr]
Il punk fu un recuperare il significato fondamentale del rock’n’roll, che nella metà degli anni 50, con tre accordi e le scale blues, esprimeva il sentimento di una generazione intrisa di desiderio profondo sia di contrapporsi alla precedente che di immaginare un mondo diverso da quello dal quale era uscita.
Negli anni ’80 ho realizzato in realtà solo quel demotape «The Bathos», che esattamente dopo 40 anni (marzo 1986-marzo 2026) è stato ripubblicato in CD dall’etichetta finlandese Bestial Burst. Una storia incredibile: è successo grazie ad un amico virtuale che si è prodigato in giro per il mondo per trovare un’ etichetta che lo pubblicasse. Infine ha trovato questa, che peraltro ha un catalogo essenzialmente black metal 😂
Quindi non capisco come il suo capo (tale Sami) abbia avuto il coraggio di pubblicare «The Bathos»! Demo realizzato con un mixer autocostruito, un kit della GBC (all’epoca negozi di elettronica famosi).

Ecco, una roba da Flintstones insomma 🫣
Quasi interamente «suonato» (basso e chitarra) e cantato da me. All’epoca ebbe un paio di recensioni positive da due fanzine (più quella «di casa» quindi partigiana).
Per riallacciarsi alla tua metafora del bambino: dopo la pubblicazione, «The Bathos» è stato recensito da questo Rauta, anche lui finlandese, che recensisce di default tutte le pubblicazioni della Bestial Burst. E ha inevitabilmente disintegrato «The Bathos» 🫣
Ma la parte più bella della sua video recensione è stata quella in cui ha detto che sembravano canzoncine per bambini (una roba del genere). Il che è abbastanza vero. E allora io gli ho risposto sul serio che anche oggi sono rimasto quello di 40 anni fa. Ma senza ironia glielo ho detto: perché è vero!
E lui mi ha risposto:
«Ciao Paolo e grazie per essere tranquillo riguardo a questo e è bello sapere che hai ancora lo stesso bambino interiore dentro di te. È fottutamente splendido».
Questa qui è stata una di quelle piccole belle storie che con questi maledetti social di merda ogni tanto capitano: Un’altra è questo disco («No Capitulation», ndr), che è stato reso possibile dal fatto di poter rintracciare le persone… Noi boomer dove li vai a trovare? Su Facebook!
Io poi sono un punk anomalo, quando ho iniziato io il punk era già finito. Nell’82 ho fatto il primo concerto, quindi sono nato già post-punk e già facevo della roba che aveva l’influenza dei Joy Division, Public Image Limited, di tutte quelle cose fantastiche che sono successe dopo. In quella cassetta di Bathos ci sta forse un po’ di Residence, soprattutto i pezzi iniziali erano molto ripetitivi, nenie, cantilene. Una recensione di una fanzine accostò questo demo al disco dei Young Marble Giants. Comunqe ecco, io sono un figlio del punk: non ho mai avuto la cresta, non mai avuto borchie e spille da balia, sono stato anticonformista anche come punk. Punk è un atteggiamento che deriva da una visione del mondo. Essere punk non può essere seguire una moda, che è quello che poi è successo.
L.R.: Il mixer autocostruito è una vera icona del DIY! Ce l’hai ancora? Se hai suonato sia basso che chitarra però hai lavorato di sovraincisione: come hai fatto avendo solo un mixer?
La mia prima esperienza di home recording la feci con due mangiacassette e un mixerino (credo avesse solo due tracce); era la metà degli anni ’90, avevo meno di vent’anni e zero budget. Incidevo una traccia su una cassetta, poi la mandavo in play dentro un canale del mixer e suonavo la seconda traccia nel secondo canale, mandando l’uscita del mixer nell’altro registratore a cassette. Hai fatto una cosa simile?
Paolo Palmacci: Da quello che ricordo (perché qua stiamo parlando di quarant’anni fa) sì, ho registrato la batteria elettronica, facevo batteria e basso, dopo ripassavo la registrazione, quindi il fruscio diventava ovviamente doppio, registravo le chitarre (e puoi immaginare, io che non ero un bassista e pensa come chitarrista che potevo tirare fuori) e dopodiché facevo minimo un altro passaggio, quindi triplice fruscio, quindi il mare, si sentiva l’oceano; e registravo la voce o le voci.
Quindi tutti passaggi registrati su cassette. Analogicità doppiata, triplicata, quadruplicata… Tant’è vero che io nemmeno pensavo fosse recuperabile sta roba, invece sono riuscti bene o male a ripulirla e tirare fuori quello che poteva essere un «suono originale».
L.R.: Nel frattempo mi pare di capire che ti occupavi di una fanzine. Come si chiamava? Ci lavoravi da solo? Ti va di raccontarci come veniva prodotta?
Sembrano cose lontane anni luce, oggi che tutto è dematerializzato e messo online, ma nell’epoca pre-internet le cose si facevano a mano, col passaparola e un sacco di sbattimento.
Come procedevi/ate per la distribuzione?
Paolo Palmacci: In realtà non mi sono mai occupato di fanzine e questa è un’ altra cosa che non sembra credibile, considerato la mappatura che ho fatto. Nel 1986 feci una sorta di «libretto» sulla conclusione del progetto No Existence (in realtà era per me la conclusione di un’epoca, il post punk ormai aveva esaurito propulsione, nascevano i revival dei sixties, ecc…).
Un libretto che in definitiva era una fanzine, ma ne feci solo tre copie fotocopiate per me. Infatti le ho ancora tutte 3 io: Anexistenza.
L.R.: Ok, lo avevo pensato quando hai scritto che «Bathos» era stato recensito anche su una fanzine «di casa». Cosa intendevi allora?
Però leggevi fanzine, a quel tempo. O è una passione nata a posteriori?
Ti va di raccontarci qualcosa di quel mondo?
L’argomento mi incuriosisce perché negli anni ’90, quando ero giovane io, non ne giravano, almeno a Roma negli ambienti che frequentavo io. Era passato appena un decennio.
Dovevano essere qualcosa di meraviglioso, quelle pubbblicazioni indipendenti, autoprodotte, totalmente fuori da qualsiasi schema.
[In questi giorni Paolo partecipava alla manifestazione/fiera Eufonica con un suo stand, quindi era particolarmente incasinato. Mi scriveva direttamente da lì, ndr.]
Paolo Palmacci.: Eccomi, Eufonica mi ha ovviamente assorbito… Come ti accennavo, può sembrare incredibile ma negli ’80 non leggevo fanzine. Sono sempre stato geneticamente marginale, forse. Poi mettici anche un bel po’ di individualismo esasperato e una bella dose di pigrizia nella lettura di qualsiasi cosa. L’anno scorso, quando nello sviluppo del mio progetto Capit Mundi?, mi sono inevitabilmente imbattuto nelle fanzine, ho scoperto un mondo incredibile. Che poi era il mio, certo. Ma quelle modalità di interconnessione, alla luce delle attuali, dell’avverato «villaggio globale», appaiono oggi davvero stupefacenti.
Già allora fui molto colpito da una recensione del gruppo Mono di Latina su una fanzine di Lima, Perù. Quella rete riusciva a connettere persone in ogni angolo della terra e con modalità oggi quasi incomprensibili. Buste e francobolli, lunghe attese per la risposta. Però certamente, come diceva il poeta, l’attesa del piacere è il piacere stesso. Quella lentezza era un valore aggiunto: quando si riceveva la tanto agognata risposta era davvero festa.

L.R.: Lo stand di Capit Mundi? è incredibile, a questo punto devi parlarcene un po’!
Come realizzi tutte le tue grafiche? Hai collaboratori o fai tutto tu? Mi diletto di grafica da sempre, ma quello che fai tu sta su un altro livello. Quanto c’è di software e quanto di taglia e incolla manuale?

Paolo Palmacci: Se sopravvivo, perché è il terzo giorno… Quarto giorno… dovrei essere già resuscitato, in teoria.
Allora, il 99% è tutta roba che faccio io, per fortuna ho trovato una persona in extremis che mi ha dato una mano solo per la parte delle locandine pubblicitarie delle réclame che sono nel disco, che sono fatte con l’AI. Che poi l’AI, finché la gestisci e quindi dai i prompt giusti… Ma poi dopo bisogna correggere e rielaborare, quindi tutto a mano con Photoshop…

Poi vabbè c’è la copertina interna della fanzine, della «Capitzine», a cui è allegato il disco. Quella l’ho fatta io manualmente: è un collage, un collage come si faceva ai vecchi tempi. E anzi, l’ho fatto addirittura neanche con la vinavil, ho fatto con lo scotch. Vabbè, poi te ne parlerò meglio, sono un po’ in affanno sti giorni. Oggi è l’ultimo, arrivo a stasera e smonto tutto, poi mi prenderò, spero, due o tre giorni almeno di break, perché anche fisicamente i miei 62 anni si cominciano a far sentire.
L.R.: Com’è andata Eufonica? Immagino sarai stremato. Ti va, quando ti sei rifocillato, di farci un breve resoconto? C’era molta gente? Che tipo di riscontri hai avuto?
Paolo Palmmacci: Certo, appena recupero un minimo e riesco anche a fare un resoconto più a freddo. Sono spappolato.
L.R.: Lo credo!
Paolo Palmacci: Allora, brevemente. Adesso che mi sono un po’ ripreso… Poi oggi ho pure il mal di schiena, questo è sicuramente sintomatico degli sforzi sostenuti. Porca puttana, ho sollevato pure roba… E non è che sono un culturista, io. Soprattutto quel monitor là! Quando poi è arrivato il tipo a smontarlo… Erano in due quando sono venuti a montarlo, ma è venuto solo uno per smontarlo, quindi mi tocca pure sollevà sto cazzo di monitor. Sessantacinque pollici! Girarlo, metterlo dentro, attento che se no ti scivola, perché è un danno della madonna. Comunque, sò vivo, quindi: Eufonica.
Qualche incrocio giusto ce l’ho avuto e quelli sono altri semi da vedere che cosa ne può nascere. L’occasione c’era e ho cercato di sfruttarla al massimo di quelle che sono le mie capacità. Sono soddisfatto di quello che ho fatto io, sicuramente. Sò soddisfatto di essere rimasto vivo, che è fondamentale. E adesso vediamo. A parte queste considerazioni qui, il progetto di Capit Mundi? aveva bisogno anche di una vetrina un po’ concreta, oltre al sito web; ora ce l’abbiammo, abbiamo le testimonianze, esistiamo. «Esistenza in Vita», si diceva una volta, «Certificato di Esistenza in Vita». Quello è un certificato di esistenza in vita e adesso vediamo che succede.
L.R.: Sarebbe bello poter andare avanti di un anno per sapere cosa succederà.
A questo punto resterei un attimo su «No Capitulation». Raccontacelo un po’. Com’è nata l’idea del progetto? Come è avvenuto il contatto con i musicisti che hanno partecipato?
Paolo Palmacci: Buongiorno Luca! Come nasce «No Capitulation»…
Allora, innanzitutto nasce dal fatto che mi hanno fatto incazzare.
Io ho un grosso difetto: mi considero eccessivamente, proprio nel profondo, geneticamente, diciamo, pacifista. Nel senso che non tendo a rompere il cazzo agli altri. Cerco di vivere e di lasciare vivere, fondamentalmente. E pretendo però la stessa cosa dal prossimo. Per cui, visto che applico in maniera radicale questo concetto, divento poi una bestia… anzi, stavo pensando in questi giorni, forse due bestie in una, quando qualcuno mi rompe i coglioni con l’intento di rompermi i coglioni. Perché poi può capitare il rompimento di coglioni colposo: non l’ho fatto apposta, scusa, e vabbè. Ma quando c’è proprio un’intenzione, quindi un dolo, allora io lì mi considero molto simile al Cavaliere Nero [quello della famosa barzelletta raccontata da Gigi Proietti, ndr].
Per cui ecco, è successo che mi hanno rotto il cazzo, quindi. E questa rottura di cojoni mi ha generato una vastità di idee (infatti queste persone le sto ringraziando da allora, tre anni fa): tra cui questi gruppi [quelli inventati da Paolo, ndr]. Che più o meno erano satire di gruppi della Palude di Merda Pontina. Poi si sono autogenerati una serie di altri gruppi che non c’entravano nulla con quel discorso specifico, ma con un discorso molto più ampio della palude mentale.
Quindi ho creato questi gruppi inesistenti. Un po’ come il «cavaliere inesistente» di Calvino… Oppure no, più «personaggi in cerca d’autore», diciamo. Quindi «Miss Antropussy», oppure i Punkiderma, eccetera. Di tutti questi gruppi ho fatto delle recensioni, copertine, traklist, eccetera eccetera. Poi è successo che questi gruppi, questi personaggi mi venivano a bussare alla porta, mi svegliavano anche di notte e mi dicevano: «Oh, ma ci dai un autore?». Finché ho cominciato a chiedere in giro.
In questo processo di ricostruzione storica ho recuperato o instaurato nuovi contatti con persone con cui non avevo avuto contatti negli ’80 se non di striscio, perché magari stavamo nella stessa compilation. E ho proposto loro se tra quei gruppi che avevo creato ce n’era qualcuno che potessero impersonare. E con mia grande sorpresa ho scoperto che gente malata in giro ce n’è abbastanza (anche se, come dice una mia amica, non bisogna dirglielo).
E quindi c’è quello che ha detto «Sì, io voglio fare Miss Antropussy», quello che ha detto «Sì, io voglio fare i Sonic Barabba». Poi l’altro che gli ho detto io: «Tu sei psichedelico, quindi farai Jim Secjelagotch», che è psichedelia acida. E così sono stati assegnati questi personaggi a questi autori, che hanno realizzato il brano e tutti insieme hanno reso possibile la realizzazione di questa incredibile compilation. Non ci si può credere. Oppure ci si può credere, perché l’abbiamo toccata, alla fine.
Questa è un po’ la genesi di «No Capitulation».
[Segue scambio di messaggi in cui parliamo dell’opportunità di scrivere «Palude di Merda Pontina»: sì, Paolo mi autorizza e mi spiega il suo disprezzo per l’opera di bonifica che ha distrutto un polmone verde d’Europa per realizzare delle città che per lui sono brutte (e francamente mi trova d’accordo, le parti migliori di Latina furono realizzate da architetti modernisti, e abbiate pazienza ma io detesto il modernismo), ndr.]
Paolo Palmacci: Perché poi l’architettura influenza il carattere e la cultura delle persone.
L.R.: Hai anticipato una delle domande che avevo in mente: cosa significa essere punk in una zona nota per essere molto «a destra» come Latina e provincia. A questo punto la tua risposta sembra ovvia: diventare ancora più creativi e provocatori!
Sono convinto anch’io che l’architettura influenzi pesantemente la vita sociale e la mentalità. Il degrado inizia dall’architettura, prima ancora che dalla miseria; perché la forma con cui sono progettati quartieri, piazze e città stabilisce il livello di interazione tra le persone, la solidarietà o l’isolamento e quindi poi anche la delinquenza. Ma questo vale per la maggior parte delle città, comprese quelle storiche. Guarda Roma, un’immensa periferia abbrutita che circonda un minuscolo centro storico dominato da turisti, politici e ricchi imprenditori.
A questo proposito mi viene quindi da chiederti: hai in mente percorsi, concerti o incontri di presentazione di «No Capitulation»? Quanto contano per te la socialità, il fare rete e il passaparola per diffondere le cose che fai?
Paolo Palmacci: Ciao Luca. Essere punk, come ho cercato di specificare, significa essere sovversivi in senso libertario. È un problema in qualsiasi situazione, non esclusivamente in una zona come la Palude Pontina. Anche tu ricorderai o avrai sentito raccontare di cosa successe a Bologna con i gruppi punk anarchici che contestavano il famoso concerto dei Clash, che era poi organizzato dal Partito Comunista e dalla sinistra che ha sempre governato Bologna, quindi che era l’istituzione, il potere (per fortuna, dai, perché è un potere con cui ci si può forse un po’ più confrontare, anche se gli scontri col potere poi sono sempre inevitabili, soprattutto se uno ha una concezione appunto libertaria dell’esistenza).
[Il riferimento di Paolo è allo storico concerto dei Clash a Bologna del 1980, a cui una frangia di punk anarchici contestava di essersi venduti al business; volarono qualche bottiglia e molti sputi, anche se a farne le spese furono più che altro le band di supporto, a quanto racconta chi c’era. Il concerto poi fu funestato da altre situazioni assurde, prima fra tutte il fatto che l’autista di Topper Hardy si era perso e il così batterista arrivò sul palco solo a metà concerto, ndr].
Il problema della provincia di Latina è (come per tutte le province e non è quindi una cosa specifica) è il provincialismo radicato. Provincialismo che però assume anche forme di superbia, rispetto magari a come succede a Roma nelle borgate coi coatti, eccetera. È una sorta di tara mentale che affligge una buona percentuale della popolazione. Poi chiaramente lì c’è anche questo retaggio che è architettonico ma è anche genetico.
Ricordo molti anni fa interviste a ragazzi nati ad Aprilia che ringraziavano il Duce perché senza il Duce non sarebbero nati. Insomma, c’è un retaggio pesante, però non è l’unico problema. Ed è un problema di tutte le province, chi più chi meno. Sicuramente nella provincia di Latina io ho un’esperienza mia biografica che non è stata assolutamente positiva, perché sono arrivato tardi, a sedici anni, non ero nato lì. Quindi, nonostante la mia famiglia fosse originaria di Terracina e Latina, mi sono sempre sentito «Lo Straniero di Camus», insomma.
Finché poi sono andato via, nell’89. E quindi dico sempre che ho scontato 10 anni di pena in quella palude. Questo per precisare un po’ il concetto. Ed ecco perché poi la mission della Capit Mundi? è diventata la bonifica delle paludi mentali, perché chiaramente quella non è l’unica, è una che ho sperimentato, ma siamo immersi nelle paludi mentali.
[Mi permetto di dare una spiegazione per evitare fraintendimenti.
L’intenzione di Paolo evidentemente non è, come qualche malpensante potrebbe equivocare, insultare a priori chi è nato o vive nella zona pontina. Il senso era mettere in evidenza come tendenzialmente, in certe zone, prevale una mentalità chiusa, ostile alle novità e al diverso.
Il riferimento di Paolo a una particolare zona geografica è dovuto semplicemente al suo vissuto personale, che avrebbe potuto essere anche la periferia di Milano.
Quello che abbiamo voluto dire è che in certe aree questo tipo di mentalità nasce più facilmente, complice una progettazione urbanistica scellerata e miope. Ma non nasce solo lì e non necessariamente.
Posso testimoniare di aver conosciuto persone nate e cresciute in zone centrali di Roma e dalla mentalità mostruosamente provinciale. Così come di aver conosciuto persone fantastiche proprio a Latina e provincia, ndr.]
Adesso sono nella fase di rigetto di tutto quello che ho fatto, perché veramente mi ha assorbito troppe energie, per cui forse è una sorta di autodifesa e sto un attimo resettando un po’ tutto. Poi divento anche autodistruttivo, in questi casi qua. Comunque, sicuramente ci sarà un seguito. Un concerto è complicato, perché comunque le persone che hanno partecipato al disco sono sparse per l’Italia. Uno vive a Londra, anche se è italiano. Insomma diventa una cosa abbastanza complicata. Poi invece presentazioni, se me lo chiederanno valuterò, penso assolutamente di sì.
Per uno asociale come me la socialità è una sorta di costrizione. Sto qui e in qualche modo devo relazionarmi. Quando uno crea qualcosa e lo pubblica si deve relazionare poi per forza, perché altrimenti lo tiene nel cassetto. Fare rete e passaparola contano certamente e uno ci prova, chiaramente con le capacità, che sono poche, e con i mezzi, che sono forse ancora meno. Sperando in che cosa? Sperando in qualche seme che comunqe spesso mi è capitato di veder crescere.
Riascoltando, non so se ho espresso bene il concetto di provincialismo. Provincialismo è uguale a limitazione della weltanschauung. Limitazione della visione del mondo, che finisce dove finisce il piccolo spazio in cui siamo, che può essere qualsiasi, eh, uno può essere provinciale anche a New York, voglio dire. Comunque è una concezione mentale. È quando uno si appaga di quel poco che ha e quel poco comunque per lui è tutto e non è nemmeno curioso, è completamente appagato. È nirvana? Sì, il provincialismo è nirvana. Però, porca puttana, è la fine dei desideri, dei bisogni, della creatività, della curiosità, della voglia di fare, di scoprire, di mettersi in discussione perché c’è qualcosa d’altro oltre sé.
L.R.: Ok, Paolo, di cose ne sono uscite parecchie, però c’è ancora un argomento che vorrei sottoporti. Nel racconto della tua vita artistica ci siamo fermati agli anni ’80 e al tuo esperimento con il mixer autocostruito e le sovraincisioni su cassetta. Cos’è successo poi?
In particolare mi incuriosisce come hai vissuto, da appassionato di punk della prima ora o quasi, gli anni ’90. In quel decennio in Italia ci fu un grande ondata di nuova musica anti-mainstream, per così dire, e molta di quella musica era di forte ispirazione punk. Certo era il nuovo punk rock che veniva dall’America, Sonic Youth, Nirvana, eccetera. Ma sempre punk rock era. È stato un periodo irripetibile, io ero un ragazzo e vedevo in heavy rotation su Video Music i C.S.I., i Marlene Kuntz, gli Afterhours. Poi dopo è tutto naufragato, i Marlene Kuntz a Sanremo, Manuel Agnelli a X-Factor, Giovanni Lindo Ferretti che è finito su posizioni fascio-cattoliche… Però all’epoca sembrava la rivoluzione musicale italiana.
Tu cosa facevi? E cosa pensavi di quella scena musicale?

Paolo Palmacci: Ciao Luca, allora. Io sono arrivato un po’ lunghetto col punk perché comunque sono del ’64, quindi avevo 16 anni nell’80, nell’82 son salito sul mio primo palco e avevo 18 anni. Il punk era già morto, era morto perlomeno dall’ultimo concerto dei Sex Pistols a San Francisco, diciamo. La funzione del punk era già stata svolta. Io ho vissuto già il post punk. Me ne resi conto già in quegli anni, già nell’85, nell’86 era già finito tutto. Io nell’88 sciolgo i No Existens, gruppo mai esistito, perché in effetti ero solo io e faccio i «Button Flowers»: faccio una join venture con questo chitarrista che era molto bravo, per lo meno rispetto a me, lui ha sempre fatto roba che mi piaceva, psichedelia, sixties, blues, roba che fa ancora; e quindi ha fatto questa miscela fra il suo sixties e il mio punk ed è uscito fuori qualcosa che per me aveva ancora un minimo di senso in quel momento lì, che era ormai già di riflusso.
Nell’89 finalmente ho scontato la mia pena nella Palude Pontina e me ne sono andato a lavorare nel nord Italia, per cui ho fatto il mio ultimo concerto nel 1990 facendo solo rumore puro, con una batteria elettronica e due chitarre acustiche amplificate e distorte: un vaffanculo finale. Dopodiché per me gli anni ’90 non sono esistiti.
Io sì, ho seguito, cazzo ero un fan dei C.S.I.! I Marlene Kuntz li ho visti anche dal vivo, per me rimangono un grande gruppo. Afterhours non i sono mai piaciuti, invece. E comunque per me, ecco, arrivando lungo negli anni ’80, arrivando invece corto negli anni ’90… per me gli anni ’90 non sono esistiti, francamente.
Mano a mano mi sono allontanato dalla musica, ho iniziato a smanettare sui computer. Che odiavo, ma poi c’è stato un colpo di fulmine con il Mac e li ho cominciato a fare robe… Qualche sito web, a smanettare qua e là. Perché sono sempre stato molto curioso e smanettone.
Poi ho fatto roba più che altro in questo ambito qui, ho fatto una tesi su Second Life e il mondo virtuale 3D, poi ho avuto un Blog e facevo satira politica, finché mi sono reso conto che stavo come sempre lavorando non solo gratis ma per gli altri e poi ne pagavo anche le conseguenze. Senza guadagnarci nulla, ma poi quando c’è da pagare si paga.
Musicalmente non ho fatto più niente. Ho ripreso il basso in mano per fare questo pezzo dei miei Tom Binou, in cui ho fatto tutto io, voce, chitarra, basso e batteria, con Garage Band (e si sente che ho fatto tutto io, uno schifo immane). Per cui diciamo che sono stato latitante, dal punto di vista prettamente musicale operativo dal ’90 fino a adesso, al 2025, per trentacinque anni. Quindi quando ho ripreso il basso in mano adesso per fare sto pezzo non puoi capire il tasso di bestemmie quanto sia aumentato in quei giorni, perché non mi ricordavo nemmeno che note erano le corde a vuoto del basso. Quindi ho dovuto ricominciare daccapo.
Ho ripreso qui con la musica, anche se non è, lo hai capito, un progetto solo musicale. Perché poi il mio approccio (visto che poi ho lasciato lo spazio creativo meramente musicale per addentrarmi in altri ambiti), alla multimedialità, al web, ai mondi virtuali, ai blog, eccetera eccetera, mi ha dato un’ampiezza di orizzonte maggiore. E infatti che cos’è No Capitulation? È il frutto di un lavoro nato sul web, quindi nato da questo sito, da Capit Mundi?.
I gruppi nascono lì, sul web, e poi diventano reali, prendono forma in persone che fanno i suoni. Ma il progetto secondo me è assolutamente multimediale, non è semplicemente un disco: c’è un sito web che sviluppa la produzione di un disco, accompagnato da qualche video che mi diletto a fare… E questo è quindi il mio ritorno alla musica attraverso la cassetta degli attrezzi che ho accumulato in questi trentacinque anni.
Giovanni Lindo Ferretti io guarda ti giuro appena lo vedo, lo sento da qualche parte, giro pagina, cambio canale. Cioè, è una roba che non posso più sopportare. Perché veramente, per me i C.C.C.P. erano un grandissimo gruppo, fondamentale negli anni ’80. Ancora i C.S.I. avevano fatto cose egregie nei primi anni ’90. Dopodiché, lo vedi con Giuliano Ferrara che fa comizi contro l’aborto, si fa fotografare con boh, la Meloni, mi pare… Insomma non riesco nemmeno più a concepirlo, soprattutto dal punto di vista umano, perché per me poi un artista non è solo quello che fa, ma chi è. E su questo penso che concordiamo. Ci deve essere una corrispondenza. Quindi abbiamo capito che non era ciò che sembrava.
Ho visto il tuo video nel quale affermi che l’esperienza è parte fondamentale di un artista e ok, su questo siamo stradaccordo: se non hai vissuto, non ti sei calato in qualche buco profondo, cosa hai innanzitutto creato, dentro di te, che poi possa essere comunicato a altre persone attraverso un’espressione artistica?
E concordo con la tua conclusione che se hai passato la vita, per assurdo, esclusivamente dentro un conservatorio, magari hai solo tecnica sopraffina ma nulla da raccontare, se non ti sei almeno calato nel tuo personale buco profondo.
Io, dalla posizione ancor più «privilegiata» di Britti, perché non devo e non posso atteggiarmi a nulla per motivi di mercato ed essendo rispetto a lui una emerita pippa tecnicamente, vedo il discorso davvero da fuori.
[Nel video di cui parla Paolo partivo dall’esempio di una polemica nata da un’intervista a Alex Britti, in cui lui diceva con orgoglio di non aver mai studiato musica perché avrebbe reso il suo approccio più «ordinario», ndr].
Mi rendo molto ben conto che la tecnica mi dà possibilità maggiori di esprimermi, un più ampio spettro di modalità e sfumature.
Ma al tempo stesso vedo (la storia del rock ne è piena) tantissimi artisti che hanno poi progredito tecnicamente così tanto da perdersi in manierismi e tecnicismi fini a se stessi, perdendo il contatto anche con la vita, perché poi sono diventati anche magari delle rockstar miliardarie.
Insomma, la tecnica serve senza dubbio, ma deve sempre rimanere al servizio del contenuto, dell’esperienza, del buco profondo, secondo me.
Questo per specificare meglio il concetto che avevo espresso del «contenuto sopra la forma».
Quando ascolto i Joy Division, dalla prima volta nel 1980 ad oggi, ho sempre i brividi che mi scorrono addosso. E sono delle pippe incredibili, tecnicamente. Ma che buco profondo in cui si sono calati! E purtroppo Ian non ne è nemmeno più uscito…
L.R.: Beh, posso dirti che sulla questione di Britti, quello che mi sono divertito un pochino a prendere in giro è il fatto che lì c’è tanta posa… Altra cosa è l’approccio punk rock, che rifiuta qualsiasi tipo di esperienza didattica in campo artistico e si esprime in maniera veramente «primitiva», perché lì si tratta davvero di un esperimento su se stessi: non so nulla di musica ma vediamo cosa esce fuori se prendo in mano uno strumento e inizio a fare cose. Lì non è la mancanza di conoscenze che stimola «l’istinto» o chissà quale altro concetto fumoso; è il metodo radicale, la sovversione delle regole che crea un terreno fertile per un tipo di musica effettivamente sovversiva. E infatti una roba come quella dei Joy Division non s’era mai sentita prima.
Sul fatto invece che un certo tipo di musica si sia persa dietro tecnicismi fini a se stessi, posso dirti che per una vita l’ho pensata come te. Oggi sono molto meno drastico, perché mi sono reso conto che molte di quelle esperienze hanno poi lasciato un segno profondo nella storia della musica pop. Non sono mai stato un fan della chitarra shred, per esempio, ma se non ci fossero stati quei chitarristi degli anni ’80 (Van Halen, Malmsteen, Gambale, eccetera), oggi ne sapremmo molto di meno sulle potenzialità di questo strumento e su come raggiungere i suoi limiti espressivi.
La mia conclusione è che finché c’è dedizione sincera a una forma d’arte si guadagna comunque. Anche se lì per lì può sembrare che ci stiamo perdendo qualcosa per strada. Infatti la storia del rock è piena di rivoluzioni che inizialmente sono state disprezzate ma poi hanno lasciato un segno indelebile.
Paolo Palmacci: Ciao Luca, io come ti ho ripetuto forse troppe volte sono punk nel codice genetico, semplicemente perché sono naturalmente incazzato. Quindi è una, diciamo, «logica conseguenza». Però ho ascoltato di tutto, quando ho scoperto la mia passione per la musica rock, e sono andato a ritroso fino al blues acustico di Robert Johnson e Leadbelly (poi magari ci si metteva anche Nick Cave a incuriosirmi al riguardo…).
Ho ascoltato anche un po’ il jazz e il free, sempre al fine di capire qualcosa di più di quello che ascoltavo. Una cosa è sicura: per me l’arte non deve essere «andare in palestra», una sorta di passatempo o hobby. Deve essere molto di più. Ripeto tutto questo solo perchè poi però se metto su una roba che per me è «andare in palestra» (ma è la mia opinione ovviamente), come «Made in Japan» dei Deep Purple, non posso non confessarti che comunque rimango ammirato. È arte per l’arte secondo me, ma l’hanno fatta davvero bene. Questo per farti capire che non sono infine un integralista, anche se i Genesis non sono davvero mai riuscito ad ascoltarli.
Quindi concludo unendomi a te in definitiva sul concetto che anche l’arte per l’arte può aggiungere qualcosa anche se non all’anima (perlomeno alla mia).
P.S.: sto finalmente uscendo da una fase depressiva post-parto durata un paio di settimane abbondanti, ho messo davvero tutto me stesso in gioco con «No Capitulation» ed era probabilmente normale subirla
Fine dell’intervista
Rileggendo mi sono accorto di essermi lasciato sfuggire almeno un paio di assist notevoli, si sarebbero potute approfondire altre cose. Ma già così ne è uscito un articolo di oltre di 6200 parole.
Da questa lunga chattata ci portiamo a casa alcune cose perfettamente sintonizzate col carattere di questo Blog. La creatività più esplosiva è quella che nasce dall’elaborazione delle esperienze personali, mescolata a una grande passione per l’espressione artistica. Paolo ha un talento pazzesco per la grafica e la multimedialità e per quella forma d’arte basata sulla provocazione, il nonsense, la burla e l’inganno che ha una nobile storia, dal dadaismo al Luther Blisset Project passando per il surrealismo. E soprattutto Paolo produce arte partendo dal basso, dalle sue idee e dalle persone, anziché dalle richieste del mercato.
Certo, come dice lui, il più delle volte non ci si guadagna niente ma quando tocca pagare si paga. Eppure alcuni insistono a produrre cose creative, a esprimersi artisticamente senza averne in cambio niente o quasi, a piantare semi in deserti di cemento. Però poi succede che, nel bel mezzo delle più inospitali paludi mentali, si vede germogliare qualcosa.
L’album si può ascoltare su ☞Bandcmap
Ma ascoltando e basta vi perdete metà dell’opera, anzi anche di più.
Per supportare il lavoro di Paolo, l’album si acquista qui ☞No Capitulation

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