I finti fan esistono, lo abbiamo sempre sospettato e ora ne abbiamo la certezza. E così eccomi di nuovo qua a parlare di finzione online.
E stavolta non si tratta della nicchia degli appassionati di Chitarra, ma del mercato musicale grosso, quello delle mega-hit e delle megastar. Ora possiamo affermare con certezza quello che fino a poche settimane fa suonava come una paranoia complottista per musicisti frustarti: la musica che va virale (se on tutta, quasi) è frutto di orchestrazioni progettate a tavolino da agenzie specializzate.
E no, non è una faccenda di intelligenza artificiale, si tratta di aziende che usano veri telefoni, con vere schede sim, coi quali creano account sui social media che postano, condividono e commentano contenuti musicali in massa.

Riassumiamo la storia dal principio per chi si l’è persa: e sono parecchie le persone che se la sono persa, stando alla scarsa risonanza che hanno avuto articoli e video che ne hanno parlato.
Cosa è successo, dall’inizio
Il 25 Marzo 2026 è uscita una puntata del podcast «On the Record», pubblicato dalla famosa rivista Bilboard, con un’intervista di quasi mezz’ora a due tizi poco noti, Jesse Coren e Andrew Spelman, fondatori di un’agenzia che si chiama Chaotic Good Project. Coren e Spelman hanno raccontato cosa fanno di lavoro.
Alla Chaotic Good possiedono stanze piene di «click farm», cioè apparecchi in cui vengono installate centinaia di smartphone, che possono essere comandate da uno o più computer per creare account finti sui social network: vere e proprie fabbriche di finti fan. Le piattaforme social non sono in grado di rilevare che gli account non corrispondono a persone in carne e ossa, perché i collegamenti avvengono tramite veri telefoni, con sim e numeri di telefono reali.
Per promuovere una canzone, tutti questi account accedono al social network di turno (TikTok e Instagram, perlopiù) e iniziano a produrre video brevi che utilizzano quel brano come sottofondo, ricondividono quegli stessi video, mettono like e scrivono commenti. Se sotto uno di questi contenuti compare un commento negativo, questo viene rapidamente diluito con centinaia di altri commenti entusiasti scritti dai finti fan.
Tutto questo ha due effetti: inganna il pubblico reale, che spontaneamente crede che quella musica meriti attenzione perché piace a tante persone; inganna l’algoritmo del social network, che percepisce quei contenuti come «di tendenza» e quindi li spinge ancora di più.
Coren e Spelman hanno dichiarato di lavorare con artisti del calibro di Coldplay, Dua Lipa e Justin Bieber.
Pare che questi nomi fossero citati direttamente sulle pagine del sito di Chaotic Good. Quando ho controllato io non ci ho trovato niente, in tutte le pagine del sito compare sempre e soltanto una frase: «Per favore, contatta [il.loro@indirtizzo-email] per maggiori informazioni».
Evidentemente, per quanto piccolo, il polverone che hanno alzato li ha spaventati e hanno cancellato tutti i contenuti dalle pagine del sito. Che fra l’altro ha l’estensione «.org», che si usa per organizzazioni no profit, progetti open source e simili: un particolare che trovo disgustoso.
Perché Coren e Spelman sono andati a svelare i loro segreti a un media del calibro di Bilboard?
La bomba dei finti fan è esplosa nel deserto
Il loro scopo è sovrapponibile a quello di quei chitarristi che dischiarano di realizzare video in cui suonano in playback: far passare l’idea che non ci sia nulla di male nel generare contenuti finti; il loro obiettivo è normalizzare la finzione.
Non ho informazioni al riguardo, ma è facile immaginare che le campagne basate sui finti fan siano molto costose, al di fuori della portata di qualsiasi musicista indipendente. Ho dato un’occhiata ai costi delle click farm: le più modeste (in grado di contenere poche decine di telefonini) costano tra i 1000 e i 2000 euro, a cui si devono aggiungere i costi dei cellulari, delle sim e delle connessioni: uno che volesse prodursi da solo qualche centinaio di fan in questo modo (comunque pochi per andare virale) spenderebbe decine di migliaia di euro.
Chaotic Good non è la sola agenzia a proporre servizi simili.
Come dicevo in apertura, tra chi si occupa di musica per lavoro o per passione si sapeva da tempo (o quanto meno si sospettava) dell’esistenza di questo genere di porcate.
Ma non si conosceva con certezza come funzionassero questo tipo di agenzie e quanto potente e pervasivo fosse il loro modo di operare.
Eppure, ad oggi la video intervista di On the Record ha totalizzato meno di 20mila visualizzazioni. Una nullità, considerando che è in lingua inglese, che contiene delle notizie bomba e che è pubblicata da Bilboard.
A rilanciare l’argomento è stata una cantante di nome Eliza McLamb, che il 1° Aprile ha pubblicato un articolo su Substack dal titolo Finti Fan, Dentro l’agenzia di marketing digitale che crea i tuoi gusti musicali.
Da lì la notizia è stata poi ripresa da altri media importanti. Wired ci ha fatto un articolo che ha destato un po’ dei polemiche tra gli appassionati di rock, dal titolo: «La fanfara sulla band Geese in realtà era un complotto». Se la prende appunto con i Geese, una band di alternative rock che pare abbia molto successo. Io, che mi sforzo sempre di ascoltare musica nuova ma seguendo il mio naso, anziché i trend musicali, non li conoscevo; sono andato ad ascoltarli e devo dire che li ho trovati insopportabili, al punto da non riuscire ad arrivare alla fine dell’album.
Ma questo non c’entra niente.
Il punto è che il pubblico più smaliziato si aspetta macchinazioni dietro fenomeni pop di successo mondiale, non dietro una band di alternative rock. Il caso è diventato emblematico. La reazione generale degli appassionati è stata qualcosa del tipo: non se ne salva uno, il più pulito cià la rogna.
Dunque ora possiamo darci una spiegazione, quando in Italia ci domandiamo come mai certe stelle del pop macinano numeri enormi sui social e sulle piattaforme di streaming ma poi fanno concerti nei palazzetti vuoti. Evidentemente si tratta di successi pompati con stratagemmi simili a quelli che orchestra la Chaotic Good; aria fritta di finti fan, i cui successi sono palloncini pronti a scoppiare.
Se una canzoncina ci dà il tormento e ci esce pure dal water quando entriamo nel cesso di un bar, non significa che abbia dietro milioni di fan.
Eppure, di tutto ciò in Italia si è parlato pochissimo.
Tra le poche cose che ho visto in giro posso segnalare questo articolo su Il Post, che però più che altro si è concentrato sulla faccenda dei Geese. Poi c’è questo video di uno YouTuber che non conoscevo. E poi il canale Reaperiani, che ogni tanto seguo, ha pubblicato questo bel video, che consiglio.
Per il resto, sembra proprio che i media vogliano conservare ai musicisti italiani la possibilità di intortare i loro fan senza troppi disturbi.
Ovviamente nessuno può pensare di sbarcare il lunario con visualizzazioni e stream fasulli, oggigiorno i soldi nel music-biz si fanno coi concerti. Ma è anche vero che riempire le sale da concerto senza avere una grande esposizione sui social network è davvero difficile. E se questa esposizione è possibile solo pagando agenzie specializzate, la musica indipendente e alternativa non ha alcuna possibilità. Il tavolo da gioco è truccato.
Chi mi segue mi troverà ripetitivo, ma non vi arrabbiate con questo misero Cassandro stanco e barbuto: siamo nell’era della normalizzazione della finzione.
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