Cos’è il Caso Turra, cosa è successo e perché se ne è parlato tantissimo per mesi, in Italia e soprattutto nell’internet di lingua inglese?
Faremo un riassunto della faccenda, ma anche di cosa se ne è detto. E cercheremo di capire perché si sono dette certe cose.
Il Caso Turra sarà anche una scusa per parlare di altro: lo useremo per mettere in risalto alcune dinamiche che stanno trasformando la nicchia degli appassionanti di chitarra.
Partiamo dal perché ho scritto questo articolo; so che sembra strano, ma ha la sua importanza.
Perché ho scritto questo articolo
È la prima volta che produco un contenuto dedicato a un argomento di tendenza nel mondo della chitarra, di solito me ne guardo bene. Il fatto è che, forse per la prima volta nella mia vita, posso dire che l’avevo detto.
Avevo previsto che qualcosa di simile al caso Turra sarebbe prima o poi capitato anche in Italia. Si tratta di una vicenda che ha ovviamente una rilevanza internazionale, ma riguarda pur sempre un musicista italiano.
Lo avevo previsto in un articolo sul mio Blog, pubblicato nei primi mesi del 2024 e dedicato al fenomeno dei Video di chitarra fake, cioè quei video postati su YouTube o sui social network in cui i chitarristi fingono di suonare in presa diretta, mentre in realtà mimano le loro esecuzioni su audio preregistrati, spesso frutto di un pesante lavoro di editing oppure generati da un software; in generale, il principio è usare «trucchi di montaggio» per far credere di avere capacità che non si possiedono.
Nell’internet di lingua inglese se ne parla molto, da anni. Ci sono youtuber che si dedicano in modo sistematico allo smascheramento di fake guitarist (per esempio Jacob Hansen). In Italia no. Se ne parla pochissimo. per non dire che non se ne parla proprio. E infatti il mio articolo ha fatto ben poche visualizzazioni.
Ora, il più famoso fake guitarist al mondo è italiano. È certamente una coincidenza.
O forse no?
Prima di proseguire, però, dobbiamo spiegare cos’è il caso Turra, per quei pochi che se lo sono perso.
Riassunto del Caso Turra
Giacomo Turra è un giovane chitarrista italiano che ha raggiunto una notevole fama sui social network, principalmente su Instagram. Era presente anche su YouTube, ma uso il tempo imperfetto perché il suo canale è stato cancellato, immagino da lui stesso, quando le polemiche e soprattutto le aggressioni verbali ne suoi confronti hanno raggiunto un livello non più gestibile.
Nei suoi video, Giacomo Turra esibiva abilità chitarristiche di livello molto alto, si mostrava come un «virtuoso».

Tutte le sue produzioni che ho potuto vedere erano realizzate nel formato verticale di Instagram e degli shorts di YouTube, quindi erano brevi, adatte a essere consumate dal pubblico distratto e frettoloso dei social network. Si vedeva lui che suonava, spesso con chitarre dalle forme eccentriche e appariscenti, in ambientazioni solari, che a volte facevano pensare a luoghi ameni e posti di villeggiatura, magari vicino al mare. Spesso si esibiva insieme ad altri musicisti, anche con belle ragazze. In generale, tutti avevano una bella presenza, lui compreso. La sua musica era una forma di fusion (un tipo di jazz con forti influenze pop-rock) con ritmiche funky: una roba leggera, orecchiabile, allegra ma adatta a sfoggiare assolo pieni di acrobazie virtuosistiche.
I numeri gli davano ragione: Giacomo Turra era diventato famoso e endorser di marchi di chitarra.
Ma il 4 Aprile 2025 il bassista YouTuber Danny Sapko ha pubblicato un video sul suo canale in cui racconta di avere investigato su Giacomo Turra. Dopo aver letto alcuni commenti in calce ai suoi video, ha seguito le briciole come un bravo giornalista investigativo e ha scoperto che il chitarrista italiano aveva l’abitudine di «ricopiare» (del tutto o in gran parte) i suoi assolo da video pubblicati da altri chitarristi, spesso semi-sconosciuti.

A volte Turra scriveva il nome dell’autore originale in fondo al box di descrizione del video (una cosa che non guarda mai nessuno); a volte scriveva «inspired by» (cioè «ispirato a», anziché «scritto da»), ma spesso non accreditava in nessun modo gli autori originali. Dopodichè rivendeva, o comunque forniva ai suoi abbonati su Patreon, le trascrizioni con le tablature di questi assolo che, più o ameno esplicitamente, spacciava per suoi.
Il video di Danny Sapko ha subito iniziato a macinare valanghe di visualizzazioni (mentre scrivo questo articolo ha quasi superato il milione di visualizzazioni): lui ha un canale molto seguito, Turra era famoso e poi il titolo del video attira subito l’attenzione: «Ho beccato questo famoso musicista di Instagram a rubare canzoni».
Pochi giorni dopo, però, ha pubblicato un video anche il famosissimo youtuber Rick Beato, il quale dice di aver ricevuto varie richieste di commentare la vicenda. E così ha preso la palla al balzo per raccontare cosa era successo: Beato aveva invitato Giacomo Turra nel suo celebre studio (che ha ospitato gente del calibro di Pat Metheny, Yngwie Malmsteen, Sting e addirittura David Gilmour), ma che poi non aveva pubblicato il video dell’intervista, perché si era reso conto che Turra non era in grado di suonare quegli assolo per i quali era diventato famoso.

A quel punto hanno cominciato a spuntare video realizzati da altri utenti che avevano ripreso Turra mentre suonava dal vivo. Grazie a queste documentazioni ci si può fare un’idea più obiettiva delle reali capacità di Turra: laddove non era possibile usare la magia del montaggio, non sfoggiava nessuno dei virtuosismi per cui era diventato famoso. È piuttosto evidente che Giacomo Turra era un chitarrista assolutamente nella media, uno come tanti altri.
Evidentemente non soltanto gli assolo che pubblicava erano farina dei sacchi di altri musicisti, ma non aveva nemmeno le abilità tecniche necessarie ad eseguirli.
I video creati da lui erano fake.
Perché Turra faceva queste cose?
La nicchia dei chitarristi online è un ambiente estremamente competitivo. Ottenere visibilità significa riuscire a guadagnarsi da vivere vendendo merchandise, spartiti, video-lezioni e ottenere sponsorizzazioni. Nella gara per l’attenzione del pubblico distratto e superficiale dei social network c’è una tensione continua all’effetto wow, al virtuosismo fine a se stesso e al perfezionismo tecnico ed estetico.
Sgomitando per cercare di emergere, i musicisti tentano sempre di essere più appariscenti e impeccabili degli altri e la tentazione di ricorrere a trucchi di montaggio per sembrare più bravi degli altri è molto forte.
Questo è un punto cruciale per interpretare il Caso Turra.
Il ragazzo italiano non ha inventato niente: ha percorso fino in fondo una strada che viene già percorsa da altri musicisti di successo: la via che consiste nel diffondere una versione virtuale di se stessi. E alla fine si è spinto più avanti degli altri.
Sono poi spuntate fuori storie di chitarre fornite in cambio di promesse di sponsorizzazioni che non sono mai arrivate e altre fregature che il nostro avrebbe rifilato in giro, ma di questo non ci occuperemo.
Ci occuperemo invece di due temi.
I due temi del Caso Turra
Gli argomenti certamente più rilevanti in tutta questa vicenda sono certamente quello dei cosiddetti «furti» e quello delle «esecuzioni fake».
Giacomo Turra è stato investito da una cosiddetta shitstorm di proporzioni mai viste nella nicchia di internet dedicata alla chitarra. È finito sulla bocca di tutti. Se qualcuno si mettesse in testa di guardare tutti i video che ne parlano ci passerebbe giorni.
Eppure, la stragrande maggioranza dei commentatori si è soffermata solo sul primo tema, quello dei «furti», tralasciando il secondo, quello dei «video di chitarra fake» o derubricandolo a fatto di nessuna importanza.
Perché?
Lasciamo la domanda in sospeso per un attimo.
Chi si è occupato della questione dei video fake
Ci sono stati alcuni youtuber famosi che hanno trattato apertamente il fatto che i video di Turra erano falsificati.
Uno, lo abbiamo detto, è stato Rick Beato.
L’altro è stato l’inossidabile Troy Grady. Il quale, fra le altre cose, analizza un duetto eseguito a distanza tra Giacomo Turra e un’altra mega star del web, il chitarrista ++++++ ++++ e mostra come entrambi i video sono pesantemente editati: sono fake.
Questo mi ha fatto sorridere, perché nel mio articolo del 2024 dedicato ai video di chitarra fake, avevo pubblicato una gif animata tratta da un video di ++++++ ++++ per mostrare come, guardando con attenzione il movimento delle mani, si nota che è innaturale perché velocizzato.
Oltre a Beato e Grady, a interessarsi del fatto che i video di Turra erano fake c’è stato il bassista youtuber Adam Neely. Ma il suo video sta proprio su un altro piano.
Il Video di Adam Neely
Dei tanti pubblicati su YouTube a proposito del Caso Turra, The Ethics of Fake Guitar di Adam Neely è il contributo indubbiamente più originale.
Dura circa un’ora, ma la vale tutta. Neely cerca di capire le motivazioni dietro alla grande ondata di indignazione generata dal Caso Turra e analizza il fatto da un punto di vista storico e filosofico.
La parte per me più illuminante è quando si sofferma sul sistema di regole non scritte che stanno dietro i diversi generi musicali.
Citando la sociologa Jennifer C. Lena dice (traduzione mia):
I musicisti spesso non vogliono essere confinati all’interno di un genere, ma la loro libertà di espressione è necessariamente confinata dalle aspettative degli altri musicisti, gli ascoltatori, i critici e gli altri il cui lavoro è necessario a realizzare, distribuire e consumare beni simbolici.
Significa che noi musicisti, che lo vogliamo o no, siamo continuamente soggetti a una serie di leggi non scritte che ci impongono come deve essere prodotta, distribuita e consumata la nostra musica. Queste leggi le facciamo noi stessi insieme a tutti gli altri musicisti, i produttori, i critici e il pubblico. Ci sono cose che è giusto fare e altre che, quando un musicista le fa, genera indignazione.
E queste leggi sono diverse in base al genere musicale. Quello che vale per l’hip hop non vale per il rock, che segue leggi diverse dalla musica classica e dal jazz.
Adam Neely mostra alcune scale di valori di diversi generi musicali.
Per esempio, nell’Hip hop è sostanzialmente vietato fare cover, ma va benissimo campionare (di fatto «rubare») una frase musicale da un disco per metterla all’interno di una base preregistrata e poi rappare su quella base. Cose del genere nel Rock classico sono semplicemente inconcepibili. Nel Rock invece va benissimo suonare cover di brani famosi, anzi è visto come un tributo verso altri artisti; il Jazz, poi, consiste proprio in questo per il 90%: reinterpretare brani famosi.
Mi è venuto di pensare che, in effetti, se un musicista di Rock Progressive imbrogliasse riguardo le sue abilità tecniche, sarebbe una violazione gravissima del codice etico, ma a nessuno fregherebbe niente se nella vita privata fosse una persona orribile.
Nel Punk Rock, al contrario, a nessuno interessano le abilità tecniche ma, essendo un genere musicale fortemente politicizzato, c’è grande attenzione alle qualità morali dei musicisti.
Il video di Adam Neely mi ha fatto riflettere.
Nel genere musicale al quale mi sono dedicato per più anni e con maggiore passione, cioè la chitarra folk fingerstyle, è assolutamente lecito eseguire brani altrui; il «core value («nucleo di valore»), come lo chiama Neely, è nella capacità di scrivere musica ed eseguirla con le proprie mani, senza ricorrere ad effetti e artifici tecnologici; e non importa se sono pezzi originali, arrangiamenti o riduzioni di brani sinfonici. Alcuni si concentrano sull’abilità tecnica, altri sulla qualità della scrittura; in genere sono abbastanza tollerati piccoli errori di esecuzione (molto di più, per esempio, che nella «cugina nobile» chitarra classica); ma in ogni caso il musicista deve mostrare di saper eseguire il proprio brano.
Eppure mi è capitato spesso di vedere su YouTube video di chitarristi fingerstyle palesemente eseguiti in playback. Sono certamente ottimi chitarristi, eppure preferiscono mostrare la loro musica tra mille artifici di montaggio, ballando, facendo smorfie, anziché mettersi semplicemente davanti a una fotocamera e suonare.
Cose simili le vedo succedere anche in altri generi musicali.
Stiamo assistendo a una generale tendenza a forzare le regole non scritte della musica? Siamo diventati disponibili a violare il nucleo di valore della musica?
Siamo entrati in un mondo in cui contano solo le visualizzazioni e per ottenere queste vale tutto?
1) I Furti
Turra prendeva assolo scritti o improvvisati da altri chitarristi e se ne appropriava, li suonava e li proponeva (in maniera più o meno esplicita) come suoi. Spesso non cambiava quasi niente, perfino il tempo metronomico era identico.
Ma la musica si può davvero «rubare»?
Prendere un pezzo di musica inventato da qualcun’altro e proporlo nel proprio repertorio è davvero equiparabile a rubare un’automobile o un portafogli?
Sono concetti che diamo per scontati, ma non lo sono affatto. In realtà, dipende dal contesto.
I musicisti da sempre si rubano le idee gli uni con gli atri. Si è sempre fatto.
Negli ambiti folklorici, i musicisti ascoltavano frasi o idee musicali dai loro colleghi e poi le inserivano più o meno invariate nelle loro esibizioni. Nel Delta Blues tradizionale, i bluesman attingevano a una sorta di repertorio condiviso di versi (le floating lines) o intere strofe (le maverick stanzas) per esibirsi in performance che potevano anche durare diverse ore, nelle stamberghe dove si vendevano alcolici illegali.
Cose simili si riscontrano più o meno in tutte le realtà folkloriche.
Perfino i grandi compositori del passato spesso attingevano ai repertori della musica popolare per trovare idee da sviluppare nelle loro grandi composizioni.
Si dirà che quelli sono contesti di tradizione orale, dove non esiste il concetto di «diritto d’autore». È proprio questo il punto: queste cose oggi sarebbero illegali.
Paternità e sfruttamento commerciale
Non sono un esperto di diritto d’autore, ma alcuni elementi basilari posso arrivare a capirli anche io.
Ci sono due pilastri su cui si basa il moderno diritto d’autore:
1) La Paternità dell’opera, tecnicamente detta diritto morale
2) Lo Sfruttamento commerciale, tecnicamente detto diritto patrimoniale.
In pratica esiste il diritto di un autore a essere riconosciuto da tutti come autore di un’opera e di mettersi in tasca i soldi (o almeno una parte dei soldi) che derivano dall’utilizzazione di quell’opera.
Il punto relativo ai soldi è evidentemente un’invenzione moderna. Ma la faccenda della paternità no, esiste sicuramente da qualche millennio. Altrimenti non si sarebbero tramandati fino a noi i nomi di poeti, architetti e scultori dell’antica Grecia. Se oggi sappiamo che Virgilio ha scritto l’Eneide, è perché evidentemente per gli antichi romani era giusto riconoscergli il merito di aver scritto il poema.
Ma questa idea di riconoscere la paternità si applicava sempre? A tutte le opere?
Come abbiamo visto, nella musica «popolare» non avveniva quasi mai. I grandi repertori folklorici che sono giunti fino a noi sono tutti perlopiù anonimi. Forse dunque questo concetto della «paternità» si applicava solo a un certo tipo di prodotti culturali, quelli considerati «alti», la cosiddetta «arte colta».
Invece nella musica popolare di oggi (Rock ‘n Roll, R’n’B e tutti i loro derivati) il riconoscimento della paternità dell’opera si applica eccome.
Cos’è cambiato rispetto al passato?
Che esiste la possibilità dello sfruttamento commerciale.
Quando un musicista pop scrive un pezzo ci tiene a rivendicarne la paternità perché, sia mai avrà successo, genererà denaro; e quel denaro lui vuole metterselo in tasca.
Ma se quel brano non ha successo?
È una possibilità molto concreta. La stragrande maggioranza degli autori di musica che ci sono nel mondo non riuscirà mai ad avere un brano in heavy rotation nelle radio né otterrà mai più di poche migliaia di stream sulle piattaforme come Spotify e Apple Music, sempre ammesso che decida di distribuirlo.
In questi casi, che sono di gran lunga prevalenti, la moderna forma del diritto d’autore non consentirà di ottenere ricavi dalla musica prodotta. Solo una sparuta minoranza di musicisti nel mondo riesce a ottenere un sostentamento da questo meccanismo.
Che, in compenso, genera alcuni problemi rilevanti. Facciamo qualche esempio.
Produrre cover
Da sempre i musicisti suonano per il pubblico brani conosciuti e amati. Succede certamente fin dai tempi preistorici. Che si tratti di un canto di lavoro, un poema eroico, un mito, un inno sacro o una canzoncina pop, la forza di un brano musicale sta nel fatto di essere conosciuto e amato.
Se il mestiere di musicista consiste nell’intrattenere le persone, è abbastanza ovvio che si suoni per loro musica che amano ascoltare.
Ma nell’epoca in cui ci troviamo a vivere, eseguire un brano conosciuto e amato significa quasi sempre eseguire un brano coperto da diritto d’autore.
Oggi per suonare, incidere e distribuire il rifacimento di un brano coperto da diritto d’autore è necessario chiedere autorizzazioni e spendere soldi. Un investimento che non ha senso nella gran parte dei casi.
Ebbene, su YouTube è pieno di cover non autorizzate, i musicisti le fanno in barba alle leggi.
Perché?
Perché non possono farne a meno, perché l’essenza stessa della musica lo impone, perché un musicista ha bisogno di suonare la musica che ama e che è amata dal pubblico. È per questo che è diventato musicista
Nei primi anni di esistenza della piattaforma questi video erano spesso cancellati su richiesta di coloro che detenevano i diritti (autori ed editori). Oggi avviene molto raramente, c’è una generale tendenza alla tolleranza.
Così si è creata una situazione in cui i musicisti che pubblicano cover su YouTube si muovono in una zona grigia al limite con la legalità, senza mai avere la certezza che il loro lavoro non venga rimosso da un momento all’altro o che qualcuno si svegli una mattina con l’idea di comminare sanzioni a tutti.
Il Real Book
Fare cover è un elemento centrale in alcuni generi musicali.
Nella chitarra folk fingerstyle si usa spesso riarrangiare canzoni pop per chitarra acustica solista, oppure scrivere riduzioni di brani sinfonici entrati nella cultura popolare, come le colonne sonore dei film famosi.
Ma il genere che per antonomasia si fonda sulle «cover» è indubbiamente il jazz.
Nel 1974 due studenti del Berklee College of Music di cui, per ovvie ragioni, non si è mai scoperta la vera identità, compilarono un fake book di spartiti di brani jazz. I «fake book» sono raccolte di canzoni popolari, tipicamente usate dai jazzisti per imparare gli standards su cui improvvisare: nel gergo jazzistico «to fake» significa «improvvisare».
Questi libri erano sempre realizzati da gente squattrinata che non poteva permettersi di pagare i diritti di pubblicazione dei brani di cui scriveva gli spartiti e infatti molti autori ed editori di fake book passarono dei guai.
I due studenti del Berkley decisero di chiamare il loro libro Real Book (gioco di parole tra fake/falso e real/vero). Le copie venivano stampate con delle fotocopiatrici.
Il libro era così ben fatto che cominciò a vendere centinaia e poi migliaia di copie. Nonostante contenesse diversi errori, era apprezzatissimo perché rifletteva lo stato dell’arte del jazz di quel periodo. Addirittura conteneva due brani di Pat Metheny che poi sarebbero entrati nel suo capolavoro di esordio del 1976 «Bright Size Life». Metheny era l’insegnate di uno dei due autori del libro.
Siccome in molti si erano messi a fotocopiarlo e rivenderlo a loro volta, per non farsi soffiare l’affare i due studenti fecero nuove edizioni, includendo nuovi brani e correggendo gli errori che venivano segnalati dagli acquirenti. Ne fecero ben 5 edizioni diverse. Una volta diplomati, abbandonarono il progetto.
Oggi il Real Book è considerato il più importante libro di standard jazz mai prodotto. Nel 2004, trent’anni dopo la sua prima stampa illegale, l’editore Hal Leonard ne ha fatto una edizione ufficiale.
Se i due studenti anonimi del Berklee College avessero rispettato le leggi sul copyright, il Real Book non sarebbe mai esistito.
Born to Be Abramo
Nel 1990 la band Italiana di rock-progressive-demenziale Elio e le Storie Tese pubblicò un singolo dal titolo «Born to be Abramo», che mescolava testi e musiche di svariati brani musicali: «Il Triangolo» di Renato Zero (ma solo gli archi), due celebri pezzi di disco music, «Born to Be Alive» di Patrick Hernandez e «You Make Me Feel (Mighty Real)» di Sylvester, la canzone d’amore napoletana «Resta cu’mme» resa celebre da Domenico Modugno e i brani religiosi «Resta con noi Signore la sera» di Domenico Machetta e «Esci dalla tua terra» di Gigi Cocquio.

Un pezzo tiratissimo, tutto suonato da musicisti in carne ossa, in cui è impossibile non essere travolti dal ritmo e, contemporaneamente, scompisciarsi dalle risate per le associazioni tra inni religiosi, chitarra da messa, canzone d’amore napoletana e disco-music. La versione originale del brano può essere ascoltata qui. Una bomba.
Il brano fu immediatamente ritirato dal mercato su richiesta dei Testimoni di Geova, perché la copertina era una parodia della loro rivista «Svegliatevi» e perché i coautori olandesi del pezzo di Hernandez minacciavano di fare causa a gli Elii perché non avevano chiesto l’autorizzazione all’uso della musica. Anche Dino Verde, autore delle parole del pezzo di Modugno, pare fosse rimasto molto irritato dall’uso dei suoi versi e avrebbe usato il termine «rubare».
Per fortuna, il pezzo ebbe una nuova vita nel 1997, quando fu reinciso e ripubblicato nella raccolta « Del meglio del nostro meglio vol. 1», accompagnato da un divertente video clip che girò parecchio e in cui compariva perfino Hernadez che cantava e ballava con la band.
Il caso è esemplificativo di come l’attuale funzionamento del diritto d’autore possa non solo creare seri problemi alla libera espressione artistica, ma rischia di mettere sullo stesso piano il plagio e la parodia.
È un tema cruciale.
L’accusa di plagio può essere utilizzata per attaccare la parodia, lo scherno, lo sberleffo.
Consiglio il film biografico di Mario Martone «Qui rido io», dedicato alla vita di Eduardo Scarpetta e alla vicenda giudiziaria nata dalla denuncia per plagio da parte della S.I.A.E., riguardo alla sua parodia de «La Figlia di Iorio» di Gabriele D’Annunzio.

Il diritto d’autore protegge dal plagio?
Nell’ambito della musica indipendente si parla da anni del fatto che il diritto d’autore andrebbe quantomeno riformato, perché così com’è oggi è soprattutto uno strumento nelle mani di chi concentra tutta la ricchezza prodotta dal mercato musicale.
Il reato di «plagio», è nato con il diritto d’autore, è importante sottolinearlo: se non ci fosse il diritto d’autore non esisterebbe il reato di plagio.
Eppure, al tempo stesso, chi subisce questo tipo di reato, non ha alcuna garanzia di essere difeso dal diritto d’autore.
Il plagio, ovvero il «furto» di un brano musicale non è affatto sparito, esiste eccome. Un musicista che non ha le spalle coperte da una società di collecting (tipo la S.I.A.E.) difficilmente si metterà a fare causa per plagio a un altro musicista, perché una causa è impegnativa e costosa; e pagare la rata annuale per una società di collecting conviene economicamente solo se si ha un’intensa attività live o si hanno brani in rotazione in radio e TV.
I musicisti a cui Turra ha preso gli assolo che più o meno esplicitamente spacciava per suoi non sono stati difesi in alcun modo dall’attuale sistema.
Le piattaforme come YouTube sono in grado di scoprire all’istante se viene pubblicata la cover di un brano coperto da copyright e possono bloccarla immediatamente. Ma non esiste alcun meccanismo per individuare i plagi. Abbiamo sistemi di riconoscimento facciale per gli smartphone, intelligenze artificiali capaci di elaborare immagini, di generare risposte a domande complesse, di comporre e produrre brani musicali, di creare intere band virtuali dal nulla con tanto di album e foto dei membri; abbiamo sistemi missilistici capaci di assassinare una singola persona da migliaia di chilometri di distanza, centrando un singolo appartamento in un grattacielo al centro di una città; ma YouTube, TikTok e le piattaforme di streaming non hanno un sistema che individui se un musicista ha copiato un brano musicale da un collega. E dubito che ci lavoreranno mai, perché dovrebbero?
La produzione di cover è di fatto scoraggiata dal sistema del diritto d’autore e, al tempo stesso, non esiste alcun meccanismo che incoraggi i musicisti non-famosi a produrre brani originali e aiuti a farli conoscere al pubblico.
Dunque cosa deve fare un musicista per lavorare?
Giacomo Turra ha trovato la soluzione.
Il mondo è pieno zeppo di brani che non hanno mai avuto successo: anziché fare cover (che sono al limite dell’illegalità e sulle quali non si guadagna) o produrre brani originali (che richiedono un sacco di lavoro e non interessano a nessuno), ci si può appropriare di un brano sconosciuto, così da avere il grosso del lavoro già fatto e poi concentrarsi sugli aspetti del marketing: video colorati, che coinvolgono bella gente, confezionati nel formato più di tendenza.
Ma siccome questo non basterebbe ad attirare l’attenzione del pubblico, ci vuole un ultimo ingrediente: far credere di essere dei musicisti dalle abilità straordinarie.
Io credo che questa sia una cosa ancora più grave del plagio, perché significa imbrogliare il pubblico ed avere un vantaggio immeritato sui colleghi musicisti; ma gioco al ribasso e dico che è altrettanto grave.
Eppure per moltissimi commentatori (specie tra quelli italiani), il fatto che i video di Turra fossero fake non è un problema. Perché?
Alcuni lo hanno detto esplicitamente. Perché lo fanno anche loro: anche loro producono video di esecuzioni mimate su audio pre-registrati.
2) Video Fake
I video prodotti da Giacomo Turra erano pesantemente editati. Erano tutti eseguiti in playback, cioè l’esecuzione era mimata su un audio preregistrato. A volte i video erano velocizzati: velocizzando un video del 10 o del 20% si ottiene l’effetto di una esecuzione virtuosistica che le persone distratte o dall’occhio poco allenato possono facilmente scambiare per vera.
A volte il suono di chitarra dei video di Turra non sembra nemmeno reale. Sembra proprio il suono plasticoso tipico dei software di scrittura musicale: dunque c’è la concreta possibilità che il chitarrista italiano spesso nemmeno si prendeva la briga di suonare la partitura, la faceva eseguire al suo computer e poi la mimava.
Giacomo Turra non è stato certo il primo a fare queste cose, come abbiamo detto.
Perché mimare su audio pre-registrati
Vediamo innanzitutto come si fa un video di questo genere.
Bisogna registrare l’audio e il video in momenti separati.
Prima si fa l’audio.
L’audio lo posso registrare a casa mia, in assoluta comodità, seduto sul letto sfatto o in cucina davanti ai piatti da lavare. Posso starci una giornata intera a fare registrazioni dello stesso brano, finché non ne imbrocco una decente.
A quel punto mi metto in ghingheri e vado in un posto bello, con una bella luce e un bel paesaggio, ma dove potrebbero esserci motivi di distrazione e mi riuscirebbe difficile concentrarmi sulla corretta esecuzione del mio brano; e poi non potrei starci una giornata intera. Devo avere un apparecchio per riprodurre l’audio che ho registrato a casa, poi mi metto davanti alla fotocamera e, mentre ascolto la registrazione, mimo l’esecuzione e come viene viene.
Una volta che ho sia l’audio che il video, devo montarli insieme, che è molto facile, basta un qualsiasi programma di montaggio video.
Siccome quando giro il video non devo concentrarmi sulla corretta esecuzione, perché sto solo mimando, posso fare lo sbruffone: posso fare le facce buffe, posso ballare, posso fare gli sguardi sexy (se me lo posso permettere, si intende).
Se fossi davvero concentrato sull’esecuzione non potrei azzardare queste sbruffante, non ci riuscirei. Ma sto solo fingendo di suonare.
A volte un chitarrista può decidere di mimare l’esecuzione perché non ha studiato il brano. Attenzione: non perché non sarebbe in grado di suonarlo. Potrebbe essere un chitarrista di altissimo livello che si vuole cimentare in un brano molto difficile, che richiede settimane o mesi di studio. Ma siccome quel chitarrista ha un canale social molto seguito, non può permettersi di passare tanto tempo concentrato sullo studio di un unico pezzo, perché deve produrre contenuti nuovi per i suoi follower a ritmo di uno o due a settimana.
Allora fa così: registra l’audio del brano a pezzetti e poi li monta insieme (perché riesce a suonare singole parti separate, ma non tutto il brano difilato); oppure lo suona pieno di errori che poi corregge con un software di editing audio; oppure lo registra più lento e poi velocizza l’audio.
Una volta ottenuta la traccia, mima l’esecuzione.
Questi sono solo esempi. Di buone ragioni per mimare un’esecuzione se ne possono trovare altre.
Uno potrebbe dire: e che c’è di male? Non è scritto da nessuna parte che la performance è stata registrata in presa diretta!
Certo, ma se un musicista si mostra mentre suona davanti a una fotocamera, chi guarda il video pensa istintivamente che si tratti di una vera performance, non di un playback.
In compenso, se la performance è mimata, lo si può scrivere.
Io l’ho fatto.
Qualche anno fa ho pubblicato un video in cui mimavo su un audio pre-registrato e l’ho specificato nel box di descrizione del video su YouTube (nella parte alta, dove si legge anche senza cliccare per aprire il box)

E poi l’ho scritto anche nell’articolo di accompagnamento al video sul mio Blog.

Ad ogni modo non credo che ce ne fosse realmente bisogno, perché era difficile scambiare quel video per una vera performance, a meno di non pensare che abbia un fratello gemello segreto: c’erano due Luca Ricatti che duettavano sotto un fico.
So per certo che la maggior parte dei musicisti youtuber non la pensa come me e trova molti buoni motivi per continuare a fare video mimati senza dirlo esplicitamente.
Ma qualunque sia il motivo, video di questo genere rientrano sotto il cappello della finzione.
Sono tutte finzioni.
Accecati dal mito della perfezione a tutti i costi stiamo normalizzando la finzione e questo ci ha messi su una china pericolosa, che ci condurrà a superare un punto di non ritorno.
Musica virtuale
Abbiamo normalizzato la finzione.
Sempre di più, la comunità dei musicisti si auto-rappresenta tramite una riproduzione virtuale di se stessa.
Ma se vale tutto, se i musicisti considerano normale mostrarsi tramite immagini fittizie, cosa accadrà quando tutti potranno generare in pochi minuti riproduzioni di se stessi tramite l’intelligenza artificiale?
A me pare che sia in gioco la credibilità di tutto il mondo della musica suonata con strumenti veri. Se non ce la siamo già giocata.
Se continuiamo a fare a gara di perfezione, ci condanniamo a essere scalzati dalle macchine.
Le macchine possono essere perfette, non noi.
Domani arriverà un’azienda statunitense che realizzerà con l’intelligenza artificiale un insegnante di chitarra perfetto. Sarà indistinguibile da un vero essere umano, ma comunque non avrà importanza, perché pur sapendo che non è reale, al pubblico andrà bene lo stesso.
Sarà un chitarrista perfetto, suonerà la chitarra elettrica meglio di Guthrie Govan, sarà bello come un dio del ruooock all’apice della carriera e realizzerà il corso di chitarra migliore del mondo. Perché l’AI che lo avrà generato sarà stata allenata con i migliori video-corsi di chitarra creati dagli esseri umani.
E questo corso costerà pochissimo.
Non possiamo metterci in competizione con le macchine, non vinceremo mai e lo sappiamo da quando, nel 1997, lo scacchista Gary Kasparov fu sconfitto da Deep Blue, il cervello elettronico creato da IBM e capace di elaborare 20 milioni di possibili posizioni al secondo. Oggi qualsiasi app gratuita di scacchi deve incorporare dei limiti nella capacità di calcolo, altrimenti sarebbe impossibile vincere.
Forse dovremmo cominciare a giocarcela sull’essere umani. Perché su questo piano le macchine non potranno mai superarci.
E gli esseri umani sono imperfetti.
Non c’è niente di male a sbagliare. Sbagliare va bene.
Essere imperfetti va bene.
Se vogliamo salvare noi stessi come musicisti e soprattutto la musica come forma d’arte, dobbiamo smettere di cercare la perfezione a tutti i costi: è la perfezione a costo di rubare, a costo di imbrogliare, a costo di fregarsene di tutto e tutti che genera situazioni assurde come il Caso Turra.
Dobbiamo ricominciare a comportarci da esseri umani e allora, forse, riusciremo a salvare la nicchia della chitarra dallo schifo in cui si è trasformata la musica.
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