Il blog lucaricatti.it compie 15 anni. Ne approfitto per fare alcune considerazioni su come si è evoluto il web, sul senso di mantenere attivo un sito indipendente e su cosa significhi realmente essere «indipendenti».
Il primo articolo risale al 17 settembre del 2011. Inzialmente questo blog voleva essere una base di partenza per far conoscere la mia musica e raccontarmi, ma nel giro di qualche anno si è evoluto in direzioni impreviste: iniziai a pubblicare articoli di didattica per chitarra, realizzai la prima versione del mio Corso di Chitarra per Principianti (quella attualmente online è la terza versione) e presi a postare racconti.
Oggi ha un’Area Riservata e la possibilità per i visitatori di iscriversi gratuitamente o pagare un abbonamento.
Come ho scritto nell’articolo sui blog consigliati, non è stata la mia prima pubblicazione online, avevo già realizzato diversi siti statici e un altro blog su piattaforma WordPress. Ma non avevo alcuna conoscenza delle dinamiche necessarie a rendere visibile un progetto web. A un certo punto mi sono messo a studiare e a fare i compiti, ma fondamentalmente ho avuto fortuna. Mi ero lanciato in questa avventura in un momento storico di passaggio.
Testo scritto vs video su YouTube
Esistevano molti siti italiani dedicati alla didattica per chitarra, ma erano perlopiù vecchi, perché non venivano aggiornati e perché erano superati dal punto di vista grafico e tecnico.
Così accadde che questo blog, pur muovendosi in un settore affollato come quello della didattica per chitarra, iniziò a farsi notare per il semplice fatto che la maggior parte degli altri se ne erano andati. Dove erano andati? Su Facebook.
Ma mentre io gongolavo perché la scelta di crearmi la mia piattaforma indipendente si era rivelata vincente, qualcuno mi stava sfilando il tappeto da sotto i piedi: il signor YouTube. La didattica musicale si stava spostando comprensibilmente lì. Oggi, YouTube è la piattaforma più utilizzata dagli appassionati di chitarra.
Il problema è che realizzare un buon video consuma molto tempo. Questo forse non è un problema per la maggior parte degli insegnanti professionisti, che possono permettersi di investire qualche ora a settimana in cambio di un ritorno in termini di visbilità; ma lo è senz’altro per chi, come me, insegna come secondo lavoro e ha giornate in cui tutto è incastrato a morte. E, anche se YouTube è più che altro una piattaforma di condivisione video, sfrutta molti degli stessi meccanismi dei social network: c’è un algoritmo che decreta la visibilità dei contenuti e che premia chi produce spesso e con continuità.
In pratica, ti metti a fare video pensando di lavorare su YouTube, ma invece devi lavorare per YouTube e stare alle sue regole; altrimentii risultati non ne ottieni.
Piattaforme di vendita
Se il Tubo mi ha costretto a inseguirlo su un terreno per me faticoso, avere un sito WordPress ben strutturato mi ha avvantaggiato nella possibilità di realizzare corsi a pagamento o in abbonamento. Chi non ce l’ha è costretto ad andare su piattaforme come Patreon, Gumroad o simili, che anche io ho usato per un periodo, ma che poi ho potuto permettermi di abbandonare per non dover giocare stando alle loro regole. Dei miei corsi posso fare quello che voglio.
Da questi fatti credo di poter trarre una piccola lezione: seguire le mode non è garanzia di successo e andare in direzione opposta potrebbe rivelare vantaggi inaspettati. Bisogna valutare caso per caso, chiaramente, il punto è mantenere il cervello attivo senza farsi imbambolare dalle sirene della Valle del Silicio, tipo «stanno tutti su Facebook!». Ecco, non era vero, mentre tutti correvano ad aprirsi la pagina sul libro delle facce, il mio blog passava da 20 a 20mila visitatori al mese (con un picco di quasi 100mila durante il lockdown). Poi la gran parte di questi visitatori se n’è andata su YouTube (dove la mia presenza è altalenante) ma mica tutti: da allora una bella fetta di persone continua sempre a frequentare queste pagine.
Comunicare col pubblico
Ad ogni modo, non posso negare che l’assenza dai social abbia penalizzato la mia visibilità. Bisogna però mettere sull’altro piatto della bilancia due cose: la salute mentale che ci ho guadagnato a non essere dipendente dal loro scrolling infinito e le risorse che ho costruito per il mio progetto. Quando un creator spende ore a generare contenuti da postare su un social, quei contenuti lavorano per la piattaforma e solo di riflesso portano vantaggi anche a lui. Subito dopo averne estratto il massimo profitto, il maledetto algoritmo ha tutto l’interesse ad accantonare il contenuto che hai creato per dare spazio ad altro, in un ciclo vorticoso infinito. I contenuti creati da me sul mio blog, invece, lavorano per il mio progetto, posso gestirli come decido io e possono generare visualizzazioni per anni.
Come li pubblicizzo? Con una newsletter.
«Il Bollettino dei Fatti e dei Misfatti di Luca Ricatti» è nato poco dopo il blog e ha ormai anche lui una storia ultradecennale.
Ora, una newsletter consiste in un invio massivo di email da un unico server a una lista di contatti (mailing list). Per motivi tecnici che non sto a dire, è generalmente sconsigliato farlo partendo da uno spazio preso in affitto presso un normale servizio di hosting. È preferibile usare appositi software per l’invo di newsletter.
Ce ne sono tantissimi, ma i loro servizi hanno tutti lo stesso problema: sono costosi.
Ne ho testati diversi, negli anni. Quelli con cui mi sono trovato meglio sono stati Mailchimp (americano) e Brevo (ex-Sendinblue, francese). Il peggiore che ho provato è stato uno italiano, di cui evito di scrivere il nome: era costoso quanto gli altri ma aveva la peggiore deliverability di tutti. È la carettiristica più importante di un servizio di invio newsletter: la deliverabilty è la capacità di far arrivare le email a destinazione senza che vengano marcate come spam.
A proposito di aziende italiane, dopo una fase iniziale di rodaggio, ho capito che dovevo cercare un hosting provider di buon livello, se volevo che il blog girasse senza problemi. Un hosting provider è un’azienda che possiede dei server collegati a internet e mette e in affitto lo spazio per ospitare siti web. Ne ho provati tre, il primo era americano, il secondo italiano, il terzo (quello attuale) è tedesco. Indovinate qual è stato il peggiore?
Non sono un tecnico, ma due cose l’ho capite perfino io: un servizio di hosting deve avere almeno due caratteristiche fondamentali: essere veloce e, soprattutto, non ospitare siti dalla brutta reputazione, perché se ti trovi a condividere lo stesso server con gente che manda spam o fa roba losca, ci rimetti anche tu. Il problema è che è molto difficile capire certe cose prima di aver pagato almeno un anno di abbonamento.
Tornando alla newsletter, dopo tanti anni passati a spendere soldi, ho deciso di testare Substack, che è gratuito e che è stato il principale responsabile del ritorno in auge delle newsletter. Viene usato da scrittori, opinionisti e giornalisti e guadagna dal fatto che gli autori possono creare newsletter in abbonamento, da cui l’azienda trattiene una piccola percentuale.
Si dirà che non è efficace come i normali serivzi di newsletter. E invece no, io ho riscontrato una deliveariblity alta e le statistiche sul numero di aperture e di click sembrano affidabili (pur con qualche perplessità che però evito di scrivere).
Il problema di Substack è che a seguito del successo planetario si è trasformato nell’ennesima app, che funziona in modo del tutto simile a un social network. Gli articoli vengono sempre inviati per email, ma di fatto l’azienda fa di tutto per incoraggiare i lettori ad aprirli sull’app.
Il fatto che sia gratuito rende comunque Substack appetibile per qualunque blogger indipendente. Tuttavia, siccome voglio testare sempre soluzioni nuove e, soprattutto, staccarmi il più possibile dalle piattaforme made in USA, ho deciso di provare un’azienda concorrente nata in Germania, che si chiama Steady e che offre un servizio simile a Substack. Vedremo come va.
Ma si può essere davvero indipendenti?
La risposta è no.
Essere indipendenti è una chimera, un’utopia a cui aspirare ma che è irrealizzabile, allo stato attuale dell’arte. Lo dimostra la recente, tragica storia di Autistici/Inventati.

Per chi non ha seguito la vicenda, Autistici/Inventati (siglia A/I) è un collettivo nato nel 2001 per fornire ad attivisti politici antifasciti, antirazzisti e antimilitaristi serivizi per comunicare online gratuitamente: spazio per creare blog (il celebre noblogs), chat e servizi di newsletter. Si tratta di una realtà nata sull’onda degli hackmeeting tenutisi nei centri sociali alla fine degli anni ’90, quando alcuni pionieri avevano intuito le potenzialità di internet e passavano ore in casa a smanettare su pc collegati in rete coi modem a 56k, ma poi si incontravanno per parlarne e scambiarsi informazioni e idee.
Da quando alcuni anni fa ho scopreto il progetto A/I, l’ho sempre considerato una bella fonte di ispirazione e c’erano un paio di blog (uno in particolare) ospitati su noblogs che mi piacevano molto.
Ebbene, a fine agosto del 2026 Donald Trombone, quello che si è inventato di definire «terrorista» chiunque si definisca antifascista, ha inserito questo collettivo di volontari italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali, comminando loro delle sanzioni economiche. Vale la pena specificare che A/I si è sempre e solo limitata a fornire servizi internet, chiedendo a chi li usava di aderire ai loro standard. Sempre ammesso che da qualche parte del mondo un gruppo terroristico abbia usato un servizo di A/I, seguendo la stessa logica del Trombone bisognerebbe chiudere subito Facebook perché ha ospitato, ospita e ospiterà pagine tenute da terroristi e stragiti (veri), gruppi violenti, assassini, truffatori, pedofili. Ma sarebbe come condannare il proprietaro di un appartamento perché lo ha affittato a uno che poi si è messo a fare il cecchinno dal balcone.
Quando ho letto la prima volta la notizia ho pensato che sì, era una roba totalmente folle ma vabbè, A/I sta in Italia, cosa vuoi che gliene freghi delle sanzioni economiche americane. Invece pochi giorni dopo il loro sito è diventato irragiungibile, perché la società che forniva loro il dominio di primo livello, cioè il «.org», che si trova negli USA, li aveva bloccati: il sito era perfettamente funzionante, ma il nome «autistici.org» non ti mandava più sul loro server. Nel frattempo, la banca su cui erano depositati i fondi dell’associazione aveva sospeso il loro conto corrente. Si tratta di Banca Etica.
La paranoia anti-antifà americana arriva a colpire anche qui, alla perfiferia dell’impero, mentre il governo italiano e l’Unione Europea fanno pippa.
A fronte di questi fatti, non potendo impegnarsi in una lotta tanto impari, A/I ha deciso di chiudere, dopo 25 anni di attività.
Cosa può dirci tutto questo?
A/I aveva server tutti suoi, un collettivo di attivisti hacker esperti che ci lavorava da un quarto di secolo e soldi provenienti da donazioni fatte in tutto il mondo. Ma non poteva avere il controllo sul dominio di primo livello «.org», né sul suo conto corrente. Non puoi farti la banca in casa.
La vera indipendenza non è al momento realizzabile.
È facile giudicare incongruente l’atteggiamento della piccola casa editrice che si rifiuta di vendere i suoi libri su Amazon ma poi si costruisce il pubblico su Facebook. O lo scrittore famoso che rifiuta di usare qualsiasi social network ma pubblica libri con qualche gigante dell’editoria. Anche io sono altrettanto incongruente, quando mi costruisco un asset online appoggiandomi a servizi europei per non foraggiare i magnati della Valle del Silicio, ma poi metto i video su YouTube perché è lì che sta il pubblico degli appassionati di chitarra.
Siamo pesci nel mare del capitalismo, non c’è modo di uscirne senza soffocare.
Essere su internet significa avere le mani legate?
No, non necessariamnte o non del tutto.
Nel libro «+Kaos, dieci anni di hacking e mediattivismo», pubblicato nel 2012 da Agenzia X (con un disegno di copertina dello street artist italiano Blublu), a proposito dei loro inizi gli attivisti di A/I scrivevano:
All’interno del movimento c’era una grossa diffidenza nei confronti della tecnologia, dei computer in primis. Non si trattava di un atteggiamento immotivato: la tecnica non è neutra, viene sviluppata con fini e scopi ben precisi che nel nostro mondo basato sul soldo spesso coincidono con le logiche di profitto […] Questa analisi descrive una tendenza ben presente nella nostra società, ma taglia fuori alcune anomalie…
Ecco, il punto è l’anomalia. Non si può evitare di vivere nel capitalismo, ma si può essere anomali. Cioè, muoversi attraverso internet in maniere diverse da quelle previste dagli algoritmi e dalle AI.
Insomma, impostare la propria presenza online provando ad avere una mentalità simile a quella degli hacker; che non significa fare cose illegali, ma analizzare ciò che abbiamo a disposizione, smontarlo, osservarlo, capire come è fatto e come poterlo sfruttare al massimo, anziché esserne sfruttati. E condividere le proprie eseprienze e le proprie scoperte con gli altri.
Non sono un esempio, non ho niente da insegnare a nessuno e in 15 anni le mazzate che ho preso sono state molte di più dei successi. Però questo invito mi sento di farvelo: siate anomali.
Intanto, nel mio piccolo, spero che quello che ho raccontato qui possa essere utile a qualcuno.
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