I piedi erano zuppi. Sotto la protezione dei cerri avevo fatto a tempo a tirare fuori il poncho per ripararmi dall’acquazzone, avevo girato i tacchi smoccolando contro le previsioni meteo e seguito a ritroso il sentiero appena percorso. Ero rimasto tutto sommato asciutto, eccetto i piedi. Il poncho di nylon non protegge i piedi. Così il mio primo passo dentro il bar tavola calda aveva emesso il suono di uno straccio strizzato.
Ricordavo di essere già stato in quel bosco e su quella vetta ma, come vedremo, in questa storia ciò che riguarda i ricordi rimane sfuggente, incerto. Il sentiero 303 inizia dal cimitero del borgo di Cantarana e attraversa un pratone al termine del quale, a ridosso della prima fila di alberi, c’è un’area picnic che la domenica si affolla di famiglie, palloni e fumo di braciole. Io c’ero passato intorno alle sette del mattino di un giorno feriale e l’unica famiglia che avevo incontrato era un gruppetto di cinghiali che se ne andava per i fatti suoi. Il percorso poi s’infila nel bosco e sale serpeggiando dolcemente in direzione est-nord-est per alcuni chilometri, coperto da querce, aceri e faggi fino alla cresta, dove gli alberi non ci sono più. A quel punto s’inerpica ripido tra i sassi, sdrucciolevole, completamente esposto, faticoso, il posto peggiore dove trovarsi in caso di temporale. Almeno questo era quello che ero convinto di ricordare. Ad ogni modo, secondo il meteo quella mattina il cielo avrebbe dovuto essere limpido e invece, di punto in bianco, s’era annerito e mi aveva rovesciato addosso un temporale estivo. Mi ero convinto che affrontare la salita finale sotto il diluvio fosse impensabile e di essere costretto a tornare sui miei passi. Tuttavia non avevo voglia di rimettermi in macchina e pensai di avere il diritto di affogare la delusione in un pezzo di ciambellone, una fetta di crostata, un cornetto alla nutella. E mi ero ritrovato a sgocciolare il poncho sul pavimento del Castagno Vecchio, l’unico bar di Cantarana.
C’erano due persone. Una signora magra dai capelli neri, tenuti all’indietro da un mollettone, stava in piedi con una mano sul fianco. Mi diede un buongiorno un po’ incerto. C’erano un paio di finestrelle quadrate sulla parete opposta all’entrata, ma l’ambiente era illuminato dalla luce gialla dei lampadari in ferro battuto incatenati al soffitto. Davanti alla donna c’era un tavolo al quale stava seduto un signore con una tazzina da caffè vuota e un piattino di briciole. Mi guardava con un mezzo sorriso dovuto certamente a qualcosa di cui stava parlando con la signora, ma che a me fece l’impressione di uno scherno nei miei confronti. Era quasi del tutto pelato, più vecchio di me e piuttosto rotondo nel viso, con due occhi scuri, piccoli e attenti. Nonostante la stagione calda portava una camicia a maniche lunghe abbottonata sui polsini.
Fuori la pioggia martellava senza sosta.
«Buongiorno», risposi alla donna. «È possibile avere un caffè?». Mentre lo dicevo la sala fu accesa da un lampo, attraverso la porta aperta alle mie spalle.
La signora rispose «Certo» e andò dietro il bancone. Il tuono fece tintinnare un mucchietto di tazzine messe a sgocciolare a testa in giù sopra la macchina da espresso.
Mi scusai goffamente per il guazzo d’acqua che stavo producendo. Il bancone aveva ben poco da offrire, però c’era mezzo ciambellone sotto una cloche di vetro e a me non serviva altro. Accanto a un secchio con lo scopettone avvolto in uno straccio posai lo zaino, ripiegai il poncho e ce lo infilai gocciolante com’era. Tutti i tavoli, non più di sei o sette, avevano le sedie rovesciate sopra, eccetto quello al quale stava seduto l’uomo con la tazzina e le briciole. Avevo la bocca piena quando mi rivolse la parola, sempre col mezzo sorriso:
«Stavi nel bosco?»
Annuii con un ridicolo suono gutturale, mentre ingollavo la fetta ciambellone con la tazzina nell’altra mano. Alcune persone sembrano divertirsi a fare domande a chi ha la bocca piena.
Ho fatto molte escursioni nella zona del Parco, ma ho frequentato pochissimo i paesi e i loro abitanti. Per un motivo: mi ero imposto di mantenere un profilo basso, raccomandando a me stesso di evitare di espormi o di farmi riconoscere. Da quando nel 2020 avevo raccontato la storia di Antonio Malamente e dei campi d’oro, molte cose erano cambiate. Quella serie di articoli sul mio blog, messi in forma di romanzo breve, aveva avuto un successo del tutto inaspettato, forse perché le persone avevano tempo da dedicare alla lettura, mentre stavano imprigionate in casa per via della pandemia, o forse perché la leggenda della Foresta d’Oro aveva sempre solleticato la fantasia di una nicchia di curiosi del folclore. Non posso ovviamente attribuirmi tutto il merito di aver stimolato la rinascita di interesse per l’area del Parco e dei suoi comuni, ma ho indubbiamente contribuito. I piccoli borghi della zona avevano iniziato a essere frequentati come mai prima. Non sapevo se questo avesse migliorato o peggiorato la condizione delle persone che in quei posti ci vivono, sono faccende delicate. Per un ristoratore che si frega le mani vedendosi il locale pieno tutte le domeniche, c’è chi invece impreca e lancia maledizioni, trovandosi sotto casa frotte di turisti che parcheggiano dove non si deve, sporcano o fanno levitare il valore di qualche terreno che si sarebbe potuto acquistare con pochi spiccioli.
Comunque sia, nel punto più alto della salita su cui sorge Cantarana, poco prima di arrivare al portone del castello trecentesco, c’è una vecchia stalla che all’inizio del millennio è stata convertita in «Museo delle Tradizioni Popolari». Dentro ci sono vecchi attrezzi contadini, abiti d’epoca, utensili. Nel 2022, in un angolo del museo è stato ricavato uno spazio dedicato alle leggende locali. Evidentemente lo si è fatto a beneficio dei visitatori a caccia di storie di spettri e folletti. Ci sono le copie di alcune foto che conoscevo perché anni prima ne avevo visto le originali, dalle mani della signora Adele, a Monte Muto. Ebbene, l’uomo che avevo davanti quella mattina era il proprietario della ex stalla e l’allestitore del museo. Si chiamava Remo. Non lo sapevo ancora, logicamente, mentre ingoiavo ciambellone con i piedi negli scarponi intrisi di pioggia. Sapevo solo che quel signore continuava a scrutarmi con uno strano mezzo ghigno e la cosa cominciava a mettermi a disagio.
«Andavi su a Cima Sacra?», mi chiese mentre finivo di ficcarmi in bocca l’ultimo pezzo della mia merenda. Ingurgitai il boccone tutto insieme ma, non potendo emettere parole di senso compiuto, mi limitai a annuire.
«Sò aumentati tanto gli escursionisti, da qualche anno», disse. «Vero, Rosanna?»
«E menomale!», rispose la donna.
L’uomo emise un suono a metà tra uno sbuffo e una risata. «Lei dice menomale». Si allungò sulla sedia, grattandosi la ricrescita della barba sul collo. «Sì, certi sò contenti de tutta sta gente che arriva». Non mi scollava gli occhi di dosso. «Però mica tutti».
Non smise di guardarmi nemmeno quando un’altra voce spuntò dall’ingresso del locale.
«Buongiorno!»
«Oh, ecco Erminio!»
Il nuovo arrivato guardò prima me, poi spostò lo sguardo sull’amico seduto e ricambiò il saluto. Chiuse un grosso ombrello e lo poggiò al muro, accanto al mio zaino. Mi guardò ancora e poi rivolse un’altra occhiata a quello al tavolo, un’occhiata che mi parve di rapida intesa. Poi disse in tono distratto:
«Uno sgrullone come se deve».
«Tanto dura poco», rispose l’altro, che poi aggiunse: «Tra mezz’ora al massimo finisce tutto». Lo disse guardando me. Mantenendo l’espressione più indifferente di cui ero capace, dentro di me imprecai per la debolezza del mio spirito d’avventura: avrei potuto aspettare, prima di venire giù dal bosco. Forse avevo mandato all’aria la mia escursione per niente.
«È pericoloso rimanere nel bosco, pure se dura poco», intervenne la donna, che stava già caricando altro caffè, anche se il nuovo venuto non aveva chiesto niente. Si rivolse a me:
«Una decina d’anni fa un signore gli è caduto un ramo addosso. S’era avventurato col maltempo. È venuto giù un temporale che Dio lo manda, sò caduti tanti de quei rami secchi. Uno l’ha preso in pieno. È morto sul colpo». La lancetta della macchina da espresso sparava vapore dentro un bricchetto di latte. «Hai fatto bene a tornare giù. Era bòno il ciambellone?»
«Ottimo. Lo fa lei?», chiesi.
«Mia madre», rispose versando il latte schiumato nella tazza col caffè.
«C’era traffico a venire da Roma?», intervenne l’uomo seduto.
Non mi piacque. Era molto probabile che venissi dalla capitale, la stragrande maggioranza dei turisti che si avventurano nel parco vengono da lì. Ma il tono della voce mi mise a disagio.
«E chi te l’ha detto che viene da Roma?», disse la donna.
«Certo che viene da Roma».
«No», risposi. «Non c’era traffico. Il traffico la mattina è in entrata, in uscita è sempre piuttosto libero».
«Escursione sfortunata?», intervenne Erminio. Era ancora più anziano dell’altro, molto magro e legnoso. Dalla camicia bianca a maniche corte spuntavano due avambracci raggrinziti ma duri, che finivano su due grosse mani da lavoratore.
«Voleva salire a Cima Sacra».
«Davano sole, oggi», disse la donna.
«Eh, ma stamattina alle sette s’è alzato un vento, all’improvviso», rispose il vecchio. «Me lo immaginavo che faceva un pandemonio. Ma tanto mó finisce».
«Un quarto d’ora, al massimo», convenne l’amico.
«Avevi detto mezz’ora», obiettò la donna.
«Il tempo corre». Remo spostò ancora gli occhi su di me, sempre con l’irritante mezzo sorriso, e disse: «L’hai visto il nostro museo? È bellissimo, un sacco di oggetti originali del diciannovesimo secolo».
Il cigolio della serratura riecheggiò nel viottolo, che curvava tra pareti di pietra dello stesso grigio profondo del cielo. Del temporale erano rimasti una stanca pioggerella e gli scoli dell’acqua dalle grondaie. Tra le case abbandonate ce n’erano alcune ridotte a ruderi, con finestre prive di infissi e pareti crollate, ma nel punto in cui ci eravamo fermati il grigiore era spezzato da alcuni vasi di fiori colorati che incorniciavano l’ingresso di una casetta, alla quale davamo le spalle. Ne usciva il suono di un organetto.
«Buongiorno!», disse Erminio rivolto alla finestrella, adornata di tendine a quadretti azzurri.
L’organetto si fermò.
«Buongiorno Erminio», rispose una voce di donna anziana. Un gatto bianco e grigio si affacciò al davanzale, per sbirciarci tra i gerani.
Remo, rivolto alla soglia che stava dirimpetto, sembrò non accorgersi affatto dello scambio. Spinse la porta dipinta di verde prato, premette un interruttore sulla destra e una fila di lampade elettriche illuminò un ambiente profondo forse una quindicina di metri, col soffitto a crociera, tutto in pietra. Fece strada seguito da Erminio e io andai dietro senza fare domande.
Ci tennero a dirmi che le bacheche di legno erano state costruite su misura da un compaesano. Mi mostrarono uno per uno gli oggetti reperiti nelle cantine, negli armadi e nelle stalle di Cantarana, tutti ripuliti e restaurati: tre abiti contadini femminili e due maschili originali del diciannovesimo secolo, stirati e spillati sotto vetro; un aratro del millesettecento; zappe e vanghe di varie dimensioni; un telaio verticale di non so che epoca. Quando mi fermai a leggiucchiare il primo di vari pannelli di alluminio, che raccontava la routine giornaliera di una famiglia contadina, Remo m’interruppe per spiegarmi quanto era costato farlo stampare.
«Comunque non è mica per questo che t’abbiamo portato qui», disse. Intanto la mia attenzione veniva catturata da una bacheca sopra la quale c’era un cartello di legno che diceva:
Le leggende della Foresta d’Oro
Mi avvicinai e notai subito le copie delle fotografie che conoscevo bene. Presi il telefono e scattai delle immagini dei cartelli informativi.
Uno diceva:
Secondo un’antica leggenda, un tempo tutta la campagna compresa nell’area del Parco Regionale era coltivata con piante di Ortica d’Oro, le cui foglie scintillavano al sole e rendevano ricchi tutti i contadini. Ma con il passare del tempo il cibo cominciò a scarseggiare e, nonostante la ricchezza, le famiglie pativano la fame. La malattia, causata dalla cattiva alimentazione, si diffuse uccidendo gran parte degli abitanti di paesi e campagne. Finché la natura non riprese il sopravvento, riportando l’equilibrio in tutta la regione.
Un altro cartello recitava:
Si narra che un tempo tutta l’area tra Monte Scano, Monte Muto e Poggio di Moro fosse ricoperta dalla foresta, finché questa fu colpita da un terribile incendio. Secondo la leggenda il Torrente Scano a quel tempo scendeva dal versante meridionale del monte omonimo, ma deviò miracolosamente il suo percorso verso il fianco orientale, spegnendo l’incendio, salvando la parte più occidentale della foresta e dando vita al Laghetto Scano, unico ambiente lacustre di tutto l’areale del Parco.
Accanto c’erano due fotografie che ritraevano il laghetto al crepuscolo, in estate e in inverno. Un altro cartello metteva in guardia:
La Natura ci guarda! Le storie su fate e folletti sono diffuse da tempo immemore in tutti i comuni del parco. Molti sono convinti ancora oggi che le foreste siano abitate da alcune famiglie di esseri magici, che aiutano viandanti ed escursionisti in difficoltà, ma che possono essere vendicativi con chi non rispetta l’ambiente!
E un altro raccontava:
Fin dal medioevo si tramandano storie di streghe e lupi mannari, nate forse per mettere in guardia i più piccoli dai pericoli della foresta. Ancora oggi si racconta delle Streghe di Monte Muto, sorelle dei Lupi di Monte Muto. Queste creature spaventose avrebbero fatto la guardia al paese montano e a quelli vicini, tenendo lontani banditi e malintenzionati. Per questo, ancora oggi, Monte Muto è noto come ‘Il Paese delle Streghe’.
Accanto c’era poi una piccola bacheca orizzontale, che conteneva due quaderni, uno chiuso, l’altro aperto. Le pagine erano ingiallite, fitte di una scrittura minuta. A fianco c’era un altro cartello che recitava:
La gran parte delle antiche leggende della Foresta d’Oro si sono tramandate oralmente, ma esistono alcune tracce scritte. La fonte più ricca sono i Diari di Pietro Mariani, due quaderni redatti a mano durante la seconda metà degli anni ’70.
Pietro Mariani era originario di Roma, ma era venuto a vivere vicino a Cantarana nel 1968, poco più che ventenne. Passò anni a collezionare racconti, intervistando gli anziani dei paesi e compilando due quaderni che ha lasciato in dono al Comune, prima di scomparire misteriosamente nel 1980.
A quel punto si fece avanti Erminio. Si fermò accanto a me, davanti alla bacheca, infilò una mano nella tasca dei pantaloni e ne estrasse una piccola chiave. Aprì la vetrina della bacheca, prese i due quaderni, richiuse la vetrina e ce li posò sopra.
«Non te li possiamo dare», disse Remo.
Mi voltai a guardarlo. Guardai anche Erminio, che rimise la chiavetta in tasca e disse:
«Non sono nostri, sono del Comune».
«E quindi non possiamo prestarteli».
«Devi fà le foto».
«Forse è troppo buio», fece Remo.
«Ma va, co sti telefoni le foto vengono perfette», gli rispose il compare che poi si voltò a guardarmi. «Ce l’hai il telefono bono?»
«Quando hai fatto ci trovi al bar».
Dopodiché mi diedero le spalle, uscirono dal locale del Museo e si chiusero dietro la porta. Presi uno dei due quaderni e lo aprii alla prima pagina. C’era scritto «Pietro Mariani, 1977-1978». L’altro invece era datato: «1976-1977». Iniziai a fotografare questo, ogni singola pagina.
Avrei potuto darmela a gambe, riprendere la via del cimitero, dove avevo lasciato la macchina, e tornare a casa mia, lontano dai due vecchi. Invece ero di nuovo lì. Erano passate le undici del mattino, quando i miei scarponi tornarono a varcare la soglia del Castagno Vecchio. Il cielo s’era parzialmente schiarito e faceva molto caldo. Erminio e Remo si stavano spartendo una brocca da un litro di vino bianco, ormai quasi vuota. Scostai la sedia, mi sedetti e li guardai negli occhi.
«Mancano alcune pagine», dissi. «Strappate, direi»
«Strappate», confermò Remo.
«Sono due», fece Erminio. «Cioè, manca un foglio, quindi due facciate».
«Hai letto le tre precedenti?», chiese Remo.
«Certo. Chi ha strappato le pagine? Voi?».
«Vuoi sapere come va a finire la storia?»
« Che succede se dico di sì?»
«Devi vedere una persona».
«Perché? Perché mi avete dato questi quaderni? Perché volete che sappia come finisce la storia?»
«Non te li abbiamo dati!», disse Remo. Poi fece un lungo sospiro, seguito da una pausa molto teatrale: «Ho fatto una promessa, qualche anno fa: avrei fatto in modo di diffondere queste storie».
Cominciavo a mettere insieme i pezzi.
«Ok. Perché io?»
«Perché sei capitato te», fece Erminio con una scrollata di spalle. «Era un po’ che pensavamo di contattarti e stamattina ti sei presentato proprio qua! Guarda chi c’è, quel tizio che ha scritto su internet la storia di Antonio Malamente, è proprio il destino!»
«Una volta è passata una troupe della Rai, facevano una puntata di non so che programma sui borghi d’Italia. Ci abbiamo parlato e hanno detto che ci facevano sapere».
«Sò passati tre anni».
«E poi c’è stato uno scrittore famoso».
«Eh, ma quello s’era capito subito che non ci si poteva contare».
«E poi la giornalista…»
«Siccome i professionisti non vi hanno preso sul serio», li interruppi, «avete puntato sul dilettante fortunato».
«Dobbiamo darci una mossa, che si fa tardi», disse Remo. «Rosanna t’ha preparato un piatto de pasta». Mentre lo diceva, la donna si presentò con una scodella fumante di spaghetti all’arrabbiata. Mentre sistemava posate e bicchieri mi lanciò uno sguardo che mi parve preoccupato. «Riempiti la pancia che c’è da camminare». Concluse Erminio, svuotandomi la caraffa di vino nel bicchiere. Sentivo caldo e sudavo.
Non era neanche mezzogiorno. Grosse nuvole attraversavano il cielo, ma non sembravano minacciare pioggia. Imboccammo lo stesso sentiero che avevo percorso la mattina, ma deviammo dopo forse un centinaio di metri, seguendo una traccia priva di segnavia, tra grossi tronchi di faggi secolari sempre più contorti, che facevano l’aria meno calda e più buia. Dopo oltre un’ora di cammino, mi accorsi che in mezzo alle fronde si mimetizzava un muro di pietre. Mentre ci avvicinavamo vidi che al di sopra del muro c’era un tetto ricoperto di muschio. Sotto quel tetto c’era una porta.
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