Da cosa è tratto Stranger Things? Da una storia vera? Da teorie del complotto? È scopiazzato da vecchi film? È un collage di citazioni?
La scrittura della celebre serie prodotta da Netfilx è un insieme di fonti di ispirazione molto diverse tra loro, ma tutte rintracciabili perché piuttosto evidenti, perché dichiarate dagli stessi autori o perché mostrate all’interno della stessa serie.
Parti della trama derivano da fatti realmente accaduti e deformati dalla fantasia popolare. Altre sono prese in prestito da leggende metropolitane. Altre ancora da film, romanzi e fumetti di successo degli anni ’80 (ma non solo), che a volte sono anche mostrati sullo schermo in forma di locandine, copertine di libri, giocattoli o immagini iconiche.
Apparentemente è un colorato minestrone di citazioni, tenute insieme da massicce dosi di suspence e cliffhanger che incollano gli spettatori allo schermo, puntata dopo puntata. Ma è anche un congegno che sfrutta meccanismi dall’efficacia certa, progettato per una piattaforma di intrattenimento di massa che vuole ridurre al minimo i rischi pur tenendo alto lo stupore del pubblico.
Prima di proseguire
Questo articolo è il seguito di un altro, scritto alcuni fa, dal titolo Stranger Things è femminista?. Consiglio di partire da lì. Ad ogni modo, in quel primo pezzo avevo già mostrato alcune delle fonti di ispirazione più evidenti di Stranger Things: Carrie, It, E.T., i Goonies. In realtà c’è molto altro.
Nel primo articolo ci siamo concentrati sui personaggi e soprattutto sul modo in cui interagiscono tra loro. Questa volta ci soffermiamo sulla scrittura della trama.
Nella costruzione dei personaggi e delle loro relazioni abbiamo riconosciuto un lavoro di recupero di tematiche nate negli anni ’80 e amplificate fino a inglobare le più avanzate teorie femministe.
Purtroppo la trama, al contrario, non ha nulla di così avventuroso: sembra essere tutta strutturata attorno a nuclei di altre narrazioni. Che non sono ricontestualizzati per dar vita a punti di vista originali.
Chiedersi da cosa è tratto Stranger Things è anche un modo per parlare di come è stato scritto. E potrebbe essere utile a farci capire in che direzione si sta muovendo l’industria dell’intrattenimento.
Ispirazioni, citazioni e…
Tanto per cominciare, fonte di ispirazione della storia sono alcuni fatti reali e alcune fantasie di complotto: il progetto MK Ultra (un fatto reale, anche se spesso romanzato) e il Progetto Montauk (una leggenda metropolitana che sconfina in fantasia di complotto). Di queste cose parleremo più avanti, prima sgombriamo il campo dall’ovvio.
Stranger Things pesca a piene mani da romanzi e soprattutto film degli anni ’80, inserendo scene, costumi, elementi scenografici, dettagli a volte visibili solo per pochi secondi che rendono quei riferimenti citazioni vere e proprie. Ci sono richiami ad Alien, Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, Star Wars, Poltergeist, Christine la Macchina Infernale, Lo Squalo, La Mosca, Halloween, Venerdì 13, Nightmare, Shining, The Wall dei Pink Floyd, la saga di Terramare di Ursula K. Leguin, Stand by Me (il film), WarGames, Nelle Pieghe del tempo di Madeleine L’Engle e tantissimi altri. Una lista (forse) completa si trova qui.
Nel 2020, in occasione dell’uscita della Quarta Stagione, gli autori pubblicarono su Twitter (ora X) una foto di una lavagna in cui sono elencate tutte le opere da cui hanno preso ispirazione per Stranger Things.

Detto questo, alcune di queste «influenze» sono più che semplici strizzatine d’occhio. In alcuni casi sono stati «presi in prestito» pezzi significativi di trama. Le fondamenta, in effetti. Cose che potremmo chiamare «temi portanti».
Questo mi fai interrogare sul senso di una operazione del genere. Le narrazioni da sempre riciclano materiale preesistente: miti, leggende e fiabe ripropongono spesso storie simili. Tuttvia, quelle antiche narrazioni nascevano in contesti orali, non erano prodotte a scopo commerciale e non erano partorite da team di professionisti della scrittura che si chiudevano per mesi in una stanza a fare brainstorming; erano il frutto di naturali stratificazioni culturali e trasformazioni avvenute nel corso di secoli o millenni.
Nel caso di Stranger Things credo che ci sia in ballo il bisogno di fornire a una produzione multimilionaria temi di comprovata efficacia.
Il primo confronto che trovo necessario fare, per provare a capire da cosa è tratto Stranger Things, è con Akira.
Stranger Things e Akira
Ho letto un paio di dichiarazioni dei Duffer Brothers riguardo al fatto che la trama di Stranger Things ha preso ispirazione da Akira. Eppure, a differenza di quanto si può riscontrare per E.T. o Carrie o decine tra film e serie TV, in nessuna delle stagioni di Stranger Things ho mai notato un riferimento vago al capolavoro giapponese.
Il celebre film Akira (pronuncia: «ákira») di Katsuhiro Ōtomo, tratto dal manga da lui stesso creato, è unanimemente considerato uno dei più importanti lungometraggi di animazione mai realizzati.

La storia è ambientata nella città di Neo Tokyo, all’indomani della terza guerra mondiale, e i protagonisti sono ragazzi che fanno parte di una gang di teppisti motociclisti. Questi ragazzi vengono in contatto con alcuni bambini dotati di poteri esp, cresciuti in un laboratorio-prigione gestito da scienziati che portano avanti un progetto top-secret guidato da un Colonnello a capo di una organizzazione militare.
La faccenda prende ovviamente una brutta piega e si arriva a un soffio dalla fine del mondo.
Abbiamo quindi la manipolazione delle menti dei ragazzi, il laboratorio prigione, i poteri esp, gli esperimenti segreti, l’ospedalizzazione forzata, gli scopi militari e il rischio della fine del mondo.
La prima pubblicazione giapponese del manga di Akira risale al 1982, ma il film è del 1988. A quanto ne so, anche la traduzione del manga in lingua inglese vide la luce nel 1988 (edito dalla Epic Comics, controllata dalla Marvel Comics).
Stranger Things è ambientata tra il 1983 e il 1987, dunque nessuno dei personaggi poteva aver letto il fumetto o visto il film. Ma questo non vale evidentemente come scusa: in qualsiasi puntata delle cinque stagioni si poteva inserire una comparsa dai tratti asiatici che teneva in mano una copia dell’edizione giapponese del manga; oppure un ragazzo con una tuta da motociclista rossa e una moto sportiva rossa. Bastava un’inquadratura di pochi secondi. Perché impiegare tante risorse per produrre citazioni di dozzine di film degli anni ’80 e ignorare così spudoratamente un fumetto-film dalle similitudini tanto profonde?
Passiamo a parlare di Matrix.
Stranger Things e Matrix
Il film del 1999 diretto dalle sorelle Wachowski e i suoi sequel del 2003 sono ambientati in un futuro distopico in cui gli esseri umani sono imprigionati dalle macchine in una realtà alternativa, da cui possono essere liberati solo dall’intervento di un eletto, Neo, un uomo in grado di modificare la realtà grazie ai suoi poteri mentali. La realtà alternativa (chiamata appunto «Matrix») è retta da una figura paterna chiamata Architetto e schierata con le macchine; esiste però anche una figura materna chiamata Oracolo, la quale invece si schiera (o sembra schierarsi) dalla parte degli esseri umani.
A impegnarsi in prima linea per portare Neo fuori da Matrix e a sostenerlo in tutto il suo percorso di presa di coscienza, c’è una donna, Trinity, di cui lui si innamora. L’amore per Trinity è il motore che gli permette di compiere le sue imprese straordinarie.
Le sorelle Wachowski concepirono la saga come una metafora della transizione di genere, anche se per ovvi motivi lo raccontarono solo molti anni dopo l’uscita della trilogia. Loro stesse sono nate maschi e hanno iniziato il percorso di cambiamento negli stessi anni in cui la trilogia le portava al successo planetario.
Matrix può essere interpretato come metafora di tante cose, l’una il contrario dell’altra. Ma è evidente che per le sorelle Wachowski sta soprattutto a rappresentare una società che imprigiona le persone in ruoli rigidi, inseriti in una organizzazione piramidale coercitiva ma invisibile, tanto più micidiale in quanto induce e prevede desideri e soddisfazioni ed è in grado di riassorbire dissenso e anomalie.
È quello che abbiamo descritto come patriarcato nel precedente articolo.
Come abbiamo visto, anche il Sottosopra è una metafora del patriarcato. E abbiamo visto che Will è un ragazzo omosessuale che fatica ad accettare se stesso. Sia Neo che Will vengono liberati e poi iniziano un lungo percorso di riscoperta di se stessi.
Dunque abbiamo: la realtà alternativa che rapisce e intrappola gli esseri umani ed è metafora del patriarcato, i poteri mentali e l’amore come innesco della ribellione.
Il plot di Matrix ha un impostazione filosofica ben più complessa di Stranger Things, ricca di rimandi alle filosofie orientali, al buddismo in particolare («Non cercare di piegare il cucchiaio, è impossibile. Cerca solo di capire la verità: che il cucchiaio non esiste»). Tuttavia le corrispondenze con le tematiche esposte da Stranger Things sono lampanti.
Quando Neo viene liberato da Matrix, lo troviamo con un tubo che gli entra dentro la bocca. Quando Will Buyers viene liberato dal Sottosopra lo troviamo con una sorta di rampicante-serpente che gli entra nella bocca.
In entrambi i casi la scena della liberazione è incentrata sull’estrazione del tubo (a Will lo toglie Hopper, mentre Neo provvede da solo).
Il tubo ha un doppio significato: nutritivo, perché imbocca letteralmente le vittime; e annichilente, perché impedisce loro di parlare e quindi di esprimersi liberamente. Come abbiamo visto nell’articolo Stranger Things è femminista? è esattamente quello che fa il patriarcato ai ragazzi durante la prima adolescenza: li nutre (leggi: indottrina) e impedisce loro di esprimersi.

Mentre finivo di scrivere queste righe, è stato pubblicato il Settimo Episodio della Quinta Stagione, dove Holly vede come lei e gli altri bambini rapiti da Vecna sono stati imbozzolati. Evidentemente richinama l’agghiacciante scena di Matrix in cui Neo scopre che tutta l’umanità vive incapsulata e collegata alle macchine.
Comunque, all’uscita della Quarta Stagione di Stranger Things erano state pubblicate delle locandine in cui compariva la scritta: «Every ending has a beginning» (cioè ogni finale ha un inizio), che a molti ha ricordato la celebre frase detta dall’Oracolo a Neo in Matrix Revolution (terzo film della saga): «Everything That Has a Beginning Has an End» (tutto ciò che ha un inizio ha una fine).

Matrix compare anche nella già citata foto della lavagna degli autori di Stranger Things.
È indubbia l’intenzione da parte dei fratelli Duffer di rendere omaggio a Matrix. Ma citare e prendere ispirazione ha senso in un contesto di rielaborazione, dove un vecchio tema viene ripresentato da un nuovo punto di vista.
È questo ribaltamento del senso che non trovo quando Stranger Things riprende i temi portanti di Akira o Matrix. In realtà li ripropone in una forma più povera.
Stranger Things è un plagio?
Ad aprile del 2018 (mentre era in lavorazione la Terza Stagione), i fratelli Duffer sono stati citati dalla corte di Los Angeles perché denunciati per plagio da Charlie Kessler. Questo Kessler aveva girato un cortometraggio dal titolo Montauk, in cui si parlava di un bambino rapito vicino a una base militare in cui venivano fatti esperimenti su collegamenti con altri mondi e c’era un mostro proveniente da un’altra dimensione. Il corto era stato presentato nel 2012 allo Hamptons Film Festival, che si tiene a Long Island.
Nel 2014, Kessler ha incontrato i fratelli Duffer al Tribeca Film Festival e ha presentato loro «la sceneggiatura, le idee, la storia» per un film ispirato al suo stesso cortometraggio, da intitolare The Montauk Project. Ma i gemelli registi non sono sembrati interessati alla cosa.
Anni dopo, in seguito al successo di Stranger Things, Kessler si sarebbe deciso a intentare causa contro di loro.
I Duffer hanno chiesto l’archiviazione del caso, ma il giudice l’ha respinta e il 7 maggio avrebbe dovuto iniziare un processo per plagio. Tuttavia il 5 maggio Kessler ha ritirato improvvisamente tutte le accuse, sostenendo che i Duffer avevano concepito Stranger Things in totale autonomia.
Kessler ha dichiarato di aver ritirato la sua causa dopo aver ascoltato le deposizioni e visto documenti risalenti al 2010 che gli mostravano che i Duffer avevano ideato il concept di Stranger Things già prima di lui.
Tutto sembrerebbe risolto, Kessler ha onestamente creduto di essere stato vittima di plagio, ha scoperto che i Duffer erano in buona fede e ha rinunciato alla causa. Tuttavia su YouTube esiste un trailer del cortometraggio di Kessler. Si vede un immenso vortice nel cielo, incredibilmente simile a quello che vede Will Buyers nella Seconda Stagione di Stranger Things.

E si vede una persona che muore in modo incredibilmente simile a come muoiono le vittime di Vecna nella Quarta Stagione.

A essere sincero, se Stranger Things sia o meno un plagio dell’idea di Kessler mi interessa poco, tanto più che la faccenda sembra avere molte sfumature e ambiguità. Il fatto è che la trama di Stranger Things (come quella di Kessler, a quanto pare) ripropone in gran parte fantasie di complotto che circolavano da oltre trent’anni.
Stranger Things e le fantasie di complotto
Montauk è una località realmente esistente sull’isola di Long Island, nota al grande pubblico per essere al centro di leggende popolari e fantasie di complotto su esperimenti mentali volti a creare armi per una guerra psicologica. Questi studi sarebbero iniziati come prosecuzione di un altro presunto esperimento scientifico chiamato Esperimento Filadelfia.
A Montauk c’è una base militare abbandonata, chiamata Camp Hero, sulla quale da sempre aleggiano leggende. Nel 1992 Preston B. Nichols e Peter Moon pubblicarono un libro dal titolo «The Montauk Project: Experiments in Time ». Si tratta di un testo molto strano, scritto in prima persona dagli autori, che dicono di raccontare fatti realmente accaduti a loro, e corredato di fotografie e disegni di progetti di apparecchiature elettroniche; ma è di fatto un racconto di fantascienza.
Narra che gli esperimenti furono finanziati inizialmente usando oro nazista trovato su un treno in Francia e che poi proseguirono sostenuti dal governo americano. Racconta di viaggi nel tempo e nell’iperspazio, di contatti con gli alieni, di metaumani e cavie umane le cui menti sarebbero state potenziate fino a raggiungere poteri psionici.
Il progetto sarebbe stato chiuso quando un mostro alto circa tre metri, giunto da un portale dimensionale, avrebbe massacrato gran parte del personale del laboratorio.
I romanzieri amano da sempre giocare con il vero, inventando manoscritti ritrovati o manipolando fatti storici, si sa che più il lettore crede vero o verosimile il racconto, più è attratto dal racconto stesso. Il problema col libro di Nichols e Moon fu che alcuni lettori lo credettero vero per davvero e ne nacquero fantasie di complotto che proseguono ancora oggi e che hanno reso Montauk un luogo quasi mitico.
Nel luglio del 2008, da quelle parti è avvenuto il ritrovamento della carcassa di uno strano animale, che è stato chiamato mostro di Montauk. Non è stato mai chiarito di cosa si trattasse. Probabilmente era un falso o forse era un animale curiosamente deformato dalla decomposizione (il più quotato è il procione).
Ad ogni modo, quello che è interessante per noi, ora, è che tutto l’insieme di leggende su Montauk precedenti e successive al libro di Nichols e Moon, è un miscuglio di tante cose diverse, gioca col miscuglio, ama il miscuglio, nasce dal miscuglio e lo accresce al tempo stesso.
Il titolo originale di Stranger Things doveva essere Montauk e la serie doveva essere ambientata nella località di Long Island. Questa qui sotto è la copertina che i fratelli Duffer elaborarono per la presentazione della sceneggiatura. Il sottotitolo recita: «un racconto epico di horror fantascientifico».
Montauk viene anche citata in una delle scene finali dell’ultimo episodio dell’ultima stagione: Hopper propone a Joyce di sposarlo e di trasferirsi insieme a Montauk.
Questo incredibile guazzabuglio di finzione romanzesca, leggende e complottismo condensa fatti reali (Mk Ultra o gli esperimenti su cavie umane fatte dai nazisti e dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale) con la fantascienza e con una esasperata disillusione nei confronti di governi e istituzioni.
Anche in Akira ci sono tutti questi elementi. Con una notevole differenza, però.
Un conto è reinterpretare, un conto riciclare
Akira è un affresco visionario che mescola cyberpunk, psichedelia, distopia, è una riflessione sul potenziale della mente umana un po’ new age e un po’ naïf, ma anche una lucida rappresentazione della follia autodistruttiva del potere. Sebbene in modo un po’ confuso e criptico, propone una ragionamento sulla pericolosità dell’avanzamento scientifico non accompagnato da una crescita spirituale dell’umanità.
Sia in Akira che in Matrix viene proposto un collegamento tra poteri mentali e spiritualità (intesa in senso non religioso).
Quelli che abbiamo definito «temi portanti» di Stranger Things si riscontrano del tutto simili in Matrix e Akira. Ma con una profondità decisamente ridotta. In Stranger Things non si va oltre la rappresentazione di un gruppo di persone che sfidano il potere e le convenzioni sui ruoli di genere. Non c’è una meditazione sulla condizione umana, sui suoi limiti e sul potenziale evolutivo della mente. Questi vecchi temi non sono stati riproposti in chiave nuova, ricontestualizzata.
La scrittura di Stranger Things è essenzialmente derivativa.
E il viaggio negli inferi?
Gli autori di Stranger Things avevano la possibilità di innescare un percorso che li avrebbe portati lontano dalla forma puramente derivativa. Ma non l’hanno fatto.
Nella prima stagione di Stranger Things c’è un tema evidente, che avrebbe potuto essere un elemento di vera originalità, rispetto alle narrazioni che abbiamo citato: il viaggio negli inferi, altrimenti detto «catabasi» (dal greco antico andare in basso). Ci sono vari elementi che fanno apparire il Sottosopra come un mondo dei morti.
La scomparsa di Will Buyers viene di fatto affrontata dalla comunità come un lutto e a un certo punto viene anche celebrato il funerale, perché le autorità vogliono far credere di aver ritrovato il suo cadavere. Solo due personaggi non credono alla messinscena e mantengono quindi un legame col «defunto», Joyce (sua madre) e Mike (il suo migliore amico). Lo spettatore è comunque portato a sospettare che Will si trovi nell’aldilà.
Le scene in cui sua madre riesce a comunicare col ragazzino richiamano palesemente una comunicazione medianica tra una vivente e un defunto, vedi la parete con le luci di Natale e l’alfabeto.
L’ambiente spettrale, la mancanza di esseri umani, il buio, la presenza di creature mostruose, sono tutti elementi che fanno somigliare il Sottosopra alle antiche immagini letterarie sul mondo dei morti.
Essendo un ribaltamento del nostro mondo, il Sottosopra si trova in qualche modo sottoterra.
I morti si trovano nel Sottosopra fisicamente: lì si trova il cadavere di Barb e c’è anche Will, che tutti credono morto (alla fine della Quarta Stagione è lì che resterà il corpo di Eddie).
Il tema della discesa agli inferi è anche ciò che rende la Prima Stagione più spaventosa di quelle venute dopo; forse ancora la Seconda lo è, ma nelle successive l’elemento horror è molto annacquato. E questo anche e soprattutto perché il parallelismo tra Sottosopra e regno della morte viene di fatto abbandonato.
Il viaggio nel Sottosopra come descensio ad inferos è un elemento che non troviamo in Matrix o in Akira, men che meno nelle fantasie su Montauk. Ed era ricco di possibilità evolutive. Ma è stato lasciato andare, in favore di spiegazioni fantascientifiche di dubbia solidità.
Avrebbe ovviamente richiesto uno sforzo immaginativo, in maniera da mantenere acceso il parallelismo allegorico.
Si poteva esplorare il tema della paura della morte; si poteva fare un parallelismo tra il collasso nel Sottosopra e il collasso della civiltà moderna; oppure con la «morte» dei valori rivoluzionari degli anni ’70 (gli anni ’80 sono quelli del riflusso); oppure il tema della rimozione della morte come ipocrisia che domina la società.
Quanti spunti si potevano esplorare, con uno sforzo di scrittura e di immaginazione! Eppure un team di autori, che aveva a disposizione un pubblico planetario e un budget infinito, ha scelto di restare appiattito su temi già trattati altrove.
Come è stato scritto Stranger Things?
La scrittura derivativa di Stranger Things è un complesso collage a più strati, in cui ogni parte, da quella più profonda a quella più superficiale, viene da cose scritte da altri. Dallo scheletro della storia (Akira, Matrix, le fantasie su Montauk) agli strati «intermedi» (i ragazzi in bicicletta che lottano contro un male oscuro come in It; il ragazzino che protegge la creatura magica dai soldati che la cercano come in E.T.; la ragazza dai poteri esp che compie una strage dentro la scuola, come in Carrie; Vecna che uccide le vittime in sogno come Nightmare, eccetera). Fino al livello più superficiale (Lucas che indossa la bandana come Karate Kid; l’assassino implacabile che somiglia ad Arnold Schwarzenegger e si muove come Terminator; Hopper che prende il look di Magnum P.I., eccetera).
Su questo collage sono stati poi inseriti i personaggi, tutti fortemente caratterizzati, sia fisicamente che caratterialmente, che sono forse l’unico elemento di originalità della serie.
Copiare non è sbagliato
Rielaborare temi, caratteri, archetipi o iconografie fa parte del modo in cui gli esseri umani creano arte. Prendere prestiti dagli artisti venuti prima non è solo normale, è inevitabile. D’altra parte vale anche nel campo scientifico. Se ognuno di noi dovesse reinventare la ruota non esisterebbe il concetto stesso di cultura.
Ma in Stranger Things il citazionismo decorativo di superficie s’è diffuso come un fluido, impregnando gli strati più profondi della storia, al punto che anche i temi portanti sono rielaborazioni di opere altrui. Con evidenti limiti di «profondità», di coerenza e di fascino, probabilmente inevitabili per un simile metodo di scrittura.
A questo si aggiungono i notevoli buchi lasciati nella trama dalla stagione conclusiva. Per esempio: chi è il Mindflyer? Come aveva fatto lo scienziato ucciso da Henry a procurarsi la roccia aliena? E chi era quello scienziato? Perché la roccia conteneva l’essenza del Mindflyer? Che fine fa la dottoressa Kay? Perché nel Sottosopra i mostri sembrano a metà tra il regno vegetale e animale? E perché non ne compare nemmeno uno nella scena della battaglia finale?
Se la serie avesse lasciata inspiegata l’origine dei suoi mostri, sarebbe rimasta nel solco dell’orrore cosmico in stile Lovecraft: il male è stato sconfitto, per ora, ma esiste, tornerà e noi non possiamo comprenderlo perché è troppo più grande di noi. Invece ha scelto di fornire spiegazioni fantascientifiche che però hanno lasciato buchi e annacquato il senso di orrore.
La Prima Stagione, nonostante la poca originalità della trama, era dotata di una semplice bellezza, raccontava un’oscura storia di periferia, in cui bambini fantasiosi, ingenui e disarmati affrontavano terrificanti mostri, umani e non. Ma quella bellezza ha finito col dissiparsi in un eccesso che ha lasciato in secondo piano la coerenza. E anche la poetica e semplice bellezza dei primi episodi.
Anche il citazionismo, nella Prima Stagione, dava alla vicenda una vena di poetica malinconia, ma nelle stagioni successive ha finito col trasformarsi in un gioco fine a se stesso.
Non è la prima volta che la Prima Stagione folgorante di una serie Netflix viene estesa forzatamente fino alla perdita di coerenza. Ho parlato in un altro articolo della ben più disastrosa esperienza di Ragnarok. Stranger Things non è certamente caduta tanto in basso, non esageriamo, ma le vicende hanno più di un punto in comune.
Da cosa è tratto Stranger Things: conclusioni
Ecco, infine, la risposta che mi sento di dare alla domanda «da cosa è tratto Stranger Things»: da un sistema di rielaborazione di temi, trame, schemi di vecchie narrazioni di successo che può inglobare film, romanzi, cartoni animati, storie vere e fantasie di compltotto, rimescolate allo scopo di sintetizzare un racconto nuovo e di sicura efficacia, emotivamente coinvolgente e anche in grado di far riflettere la fascia di spettatori più esigenti.
Un risultato perfetto.
A conti fatti, Stranger Things resta un prodotto gustosissimo per appassionati di fantascienza, horror e fantastico; irretisce, lascia col fiato sospeso, è pieno di scene d’azione al cardiopalma, fa emozionare. Ma non possiamo non notare che il sistema di scrittura su cui si fonda è di fatto parassitario rispetto al naturale processo di elaborazione della creatività umana.
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