
La band di Zakk Wilde è giunta al suo dodiceismo album in studio e per i nostaglici del buon vecchio rock ‘n roll di una volta, specie se appassionati di chitarra, non è notizia che passa inosservata. Non solo perché Zakk Wilde è un’istituzione, una sorta di monumento vivente al ruooock, ma anche perché il suo sound è sempre lo stesso, granitico, onesto, testardamente ancorato al vecchio millennio. E poi perché questo è il primo album di Wilde dopo la morte di Ozzy Osbourne, di cui è stato il principale chitarrista e il più celebre dopo Randy Rhoads. Come è noto, è stato Ozzy a tirare fuori Wilde dall’anonimato, dandogli il posto che meritava al suo fianco. E infatti l’album si chiude con una (sono sincero: commovente) «Ozzy’s Song»; in cui, per certi versi, Zakk sembra tirare le somme della sua vita:
Now the race is run
All the chaos and all the wars
When all is said and done, I couldn’t ask for more.
Il sound dei Black Label Society è sempre quel misto di alternative metal, stoner e riffoni frantuma-ossa stile Alice in Chains condito dagli assoli funambolici di uno dei più famosi shredder al mondo, e scusate se è poco. Con qualche ballatona un po’ melensa ogni tanto a spezzare il ritmo, che però ci sta tutta.
Fin dalla metà degli anni ’90, quando compariva su MTV coi pantaloni a zampa di elefante nel videoclip della sua prima band, i Pride and Glory, Zakk Wilde fa quello che deve senza ripensamenti, sincero e dritto per la sua strada; strada che lo ha portato i cima la mondo per un motivo: sa suonare il rock.
Per Ascoltare:
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