Ci sono elementi in questa storia che rimangono incerti perché, col passare degli anni, i ricordi sono sbiaditi o si sono mescolati coi sogni. Ciononostante, alcuni dettagli si sono radicati nitidamente nella memoria della nostra protagonista e ci affideremo a questi, tentando di ricostruire i fatti nel modo più coerente possibile.
Sappiamo che una mattina di fine ottobre del 1998 Francesca uscì dal Policlinico Universitario con la pelle d’oca, perché indossava solo una maglietta a maniche corte e l’aria era inaspettatamente fredda. La lunga coda dell’estate s’era esaurita all’improvviso, sorprendendo la città con un cielo scuro e un brusco calo delle temperature. Francesca era andata a farsi togliere i punti di sutura da una ferita alla testa. La chiamiamo Francesca, ma è un nome di fantasia. Il traffico era congestionato e lungo i marciapiedi andavano e venivano gli studenti. Lei non era una di loro. Tutte le sue amiche seguivano un corso all’università, lei invece era in cerca di un’occupazione retribuita. Aveva imparato a lavorare al bancone in un bar tavola calda frequentato dagli universitari, ma poi, all’avvicinarsi della pausa estiva e della fine delle sessioni d’esame, il proprietario aveva annunciato il licenziamento di quasi tutto il personale.
«E io che faccio?», aveva protestato Francesca. «Almeno una liquidazione! Ho bisogno di soldi!»
Lui le aveva riso in faccia:
«Ma che me frega a me? Mica avemo fatto un contratto!»
Nella mente di Francesca quella risata s’era deformata in una disgustosa bocca cariata e deforme.
Aveva lavorato nove mesi in quel posto snervante, lontano da qualsiasi criterio di igiene ma sempre affollatissimo, tra le otto e le dieci ore al giorno con un riposo settimanale, senza mai una lamentela e senza mai un giorno di malattia, mettendosi in tasca meno di novecentomila lire al mese. Subito dopo quella discussione, andò a bussare al citofono di una stazione dei carabinieri:
«Devo presentare una denuncia per i Nuclei Antisofisticazione», disse.
Un uomo di mezza età in divisa le sbadigliò in faccia da dietro una scrivania, tamburellando con una matita su un foglio vuoto. Allora Francesca andò ad acquistare una bomboletta di vernice spray rossa e quella sera stessa tornò davanti al locale chiuso. Riempì di scritte la saracinesca, il muro circostante e il marciapiede:
In questo bar ti fanno il panino con la carne scaduta
Le omelette le fanno con le uova scadute
Nella cucina ci stanno i topi
Dove preparano i panini ci passeggiano le blatte
Era tutto vero. Questo era accaduto a luglio e da allora non aveva trovato altri impieghi.
Uscita dal Policlinico, scese le scale della stazione della metropolitana strofinandosi le braccia per scaldarsi. Sul fianco del primo treno che arrivò c’erano tante scritte e c’era un enorme gatto bianco, dalla cui bocca spuntavano uno spinello e un fumetto con parole che Francesca non riuscì a leggere chiaramente; ne distinse solo una: «pentole». Trovò posto a sedere, appoggiò la testa al vetro e si calò la visiera sugli occhi. Per nascondere la ferita aveva iniziato a indossare un cappello, un berretto dimenticato anni prima a casa sua da un compagno di classe, con la visiera larga e piatta e il logo di Superman. Probabilmente una cosa da rapper o da skater, comunque molto poco femminile. Sua madre lo odiava e lo ribadiva con sbuffi sprezzanti ogni volta che glielo vedeva addosso. Non odiava solo quello. Da tempo i legami familiari erano molto tesi e Francesca aveva progettato di andare a vivere in un’appartamento con qualche studentessa fuori sede. Solo che poi s’era trovata disoccupata e aveva ritenuto prudente aspettare.
La sua famiglia aveva perso il precario equilibrio su cui s’era retta per anni la mattina in cui suo padre ero morto all’improvviso. Era stato travolto da un’auto di grossa cilindrata mentre camminava sul marciapiede, diretto al lavoro. Il conducente aveva sbandato per leggere un messaggio sms sul telefonino. Erano passati tre anni. Fino a poco tempo prima i telefonini erano oggetti di lusso, poi in breve erano entrati nelle tasche di chiunque. Il destino aveva giocato il suo tiro con crudele sarcasmo, perché il padre di Francesca odiava gli attrezzi tecnologici di qualsiasi tipo; l’unico che era disposto ad adoperare, diceva, era la sua automobile, un vecchio fuoristrada Lada Niva di colore bordò che nessuno al mondo avrebbe definito «tecnologico» e che guidava solo per andare al paese. Dell’auto ora si occupava Francesca.
Quando ancora non aveva la patente, all’insaputa della madre e dei suoi due fratelli, la accendeva e la guidava lentamente per un paio di giri dell’isolato; come faceva suo padre, che diceva di dover mantenere in esercizio il Vecchio Bestione, se no gli veniva l’artrosi agli ingranaggi. Per i suoi fratelli era nient’altro che un ridicolo catorcio e sua madre ripeteva di volerlo rottamare, ma Francesca s’era opposta brandendo il coltello del pane. Dopo il diploma le sue amiche erano partite per un viaggio all’estero, lei no perché aveva usato i risparmi per pagare gli arretrati del bollo del fuoristrada, l’assicurazione e la scuola guida. In verità, suo padre le aveva lasciato ben più di una vecchia auto, ma questo non poteva ancora saperlo. E le aveva trasmesso una certa avversione per la tecnologia: il giorno peggiore della vita di Francesca, suo padre era stato ucciso da un telefonino e questo era il motivo per cui lei era rimasta l’unica a non averne acquistato uno. E non lo avrebbe mai fatto.
Si rese conto che il dondolio del treno la stava facendo appisolare e decise di abbandonare ogni resistenza. Credeva di aver messo la parola fine alla faccenda della ferita e di potersi permettere un po’ di riposo.
Una decina di giorni prima era andata a una manifestazione studentesca con i suoi amici e c’era anche Veronica. Francesca aveva da tempo una cotta per Veronica. Si rideva, lei stava raccontando qualcosa che aveva a che fare con qualche ex professore del liceo. Poi era esploso il caos, erano arrivati spintoni da ogni direzione e Francesca s’era ritrovata a terra, con gente che passava sopra il suo corpo. Appena era riuscita ad alzare la testa, aveva sentito la botta. Prima aveva visto il sangue gocciolare sull’asfalto e solo dopo si era resa conto del dolore. Lo visualizzava come il morso di un animale piccolo ma dotato di una bocca enorme, armata di denti affilati conficcati nel suo cranio. Ricordava la sensazione di una mano che l’afferrava e poi il viso di Veronica, che la guardava con occhi grandi e pieni di panico e la trascinava via. Sbandava, ma camminarono tantissimo. Le sue memorie successive erano nel pronto soccorso. Forse l’avevano messa su una barella, ma non era sicura. Ricordava Veronica che parlava all’infermiere del triage di una caduta da un motorino. Ma quando s’era trovata da sola col dottore, questo le aveva detto:
«Ti sei beccata una manganellata fatta bene».
I ricordi successivi erano più nitidi: Veronica l’aveva accompagnata a casa, l’aveva fatta stendere sul letto e l’aveva fatta addormentare con carezze e baci. E poi avevano passato la notte insieme. Un’evento orribile aveva avuto una conclusione di sogno. La loro relazione durava da appena un settimana e mezza e Francesca cominciava a sperare di aver trovato la felicità. Non era così e lo avrebbe capito di lì a poco.
Il treno aprì le porte e lei si svegliò. Era al capolinea, dalla parte sbagliata della città. Non poté far altro che andare sulla banchina opposta e aspettare il treno. Che però non arrivò. Passò molto tempo prima che una voce gracchiante rimbombasse tra le pareti della stazione dicendo che a causa di un guasto il servizio era sospeso sull’intera linea. Era tardi e aveva appuntamento con Veronica. Si frugò le tasche in cerca di qualche moneta per chiamarla da un telefono pubblico, ne trovò tre da cento lire.
«Dove sei?»
«Mi sono addormentata sulla metro, non so a che ora arrivo, c’è qualche problema. Ora vado a cercare un autobus. Ho pensato una cosa: ti andrebbe di accompagnarmi alla casa al paese? È tanto che voglio andarci. Ti vengo a prendere col Bestione e passiamo un paio di giorni lì. È un posto tranquillo, solo noi due».
«Ah certo, è un’idea stupenda. Magari facciamo settimana prossima. Mio fratello ha organizzato una festa alla casa al mare e ci vado pure io, c’è parecchia gente. Puoi venire anche tu. Abbiamo tre casse di birra».
«Con gli amici di tuo fratello?»
«Ci sono anche un paio di ragazze».
«Certo».
«Parto tra un’ora».
«Beh, io sto bloccata a Laurentina».
«Ah. E quanto ci metteresti ad arrivare?»
«Tanto».
«Ah, mi dispiace…»
Cadde la linea e Francesca non aveva altre monete. Ma la conversazione era conclusa, non dovevano dirsi altro.
Non sappiamo cosa le passò per la mente. Se è vero che si scambiarono solo queste poche battute, non è chiaro da cosa intuì che Veronica intendesse mettere fine alla relazione ma le mancasse il coraggio di dirlo. A distanza di quasi trent’anni si è detta sicura che quel giorno Veronica comparve di fronte a lei in carne e ossa, al posto del telefono pubblico, per darle un bacio sulle labbra mentre le affondava una lama dentro il cuore. E di rammentare chiaramente la sensazione di calore del sangue che le imbrattava la maglietta.
Il ricordo successivo è del momento in cui entrò in casa e sentì della musica techno provenire da una delle camere. Evidentemente suo fratello stava facendo sesso con una nuova ragazza, metteva sempre la musica ad alto volume quando lo faceva. Indossò i vestiti pesanti e raccolse dalla libreria i risparmi di nove mesi di lavoro: un mucchietto di banconote da cinquanta e centomila lire, tenute insieme da un elastico per capelli, e un pugno di spiccioli. Poi recuperò il vecchio mazzo di chiavi di papà appeso al gancio sul muro dell’ingresso. Doveva aver preso anche altro, a parte i soldi e le chiavi, certamente s’era attardata a preparare un bagaglio. In strada, il motore del Vecchio Bestione partì al terzo tentativo, tossendo forte come sempre, e Francesca se ne andò da Roma per non tornare mai più.
Il paese non era cambiato in nulla. L’ultima volta che era stata a Cantarana aveva tredici anni, quando ancora accompagnava il papà la domenica, prima di iniziare a preferire le passeggiate per negozi con le amiche. Mentre la città s’era trasformata ed erano cambiate la moda giovanile e la musica, erano nati i centri commerciali ed erano spuntati McDonald’s in tutti i quartieri, in paese tutto era identico. I pochi abitanti erano gli stessi, le case abbandonate pure.
Posò in terra due buste della spesa. Prima di arrivare s’era fermata in un supermercato a Pagliano. La casa in pietra era stata costruita, si diceva, dal suo trisnonno, che aveva portato tutti i sassi dal bosco di famiglia a dorso di mulo. Sulla facciata frontale si affacciavano quattro finestre, due al piano di sotto e due al piano di sopra. Per la prima volta in vita sua infilò la chiave nella toppa. Era sempre stato suo padre ad aprire la porta, mentre lei respirava l’odore di umido e camino che ne usciva. Questa volta sentì puzza di muffa, perché la casa non veniva aperta da tre anni.
Faceva freddo e l’umidità si attaccava alla pelle, quindi per prima cosa accese il camino. Poi osservò attentamente le tubature di bagno e cucina, che in buona parte correvano esternamente al muro, e non trovò danni visibili. Allora aprì il rubinetto generale, poco alla volta, verificando che il contatore dell’acqua non iniziasse a correre nonostante i rubinetti chiusi, segno di qualche perdita in giro. Erano i controlli che faceva sempre suo padre e che le spiegava daccapo ogni volta.
«Sì, lo so, lo so…», sbuffava lei.
Quando aprì il rubinetto della cucina uscirono un odore putrido e un liquido marrone. E un suono: sembrava una voce, profonda, tonante, come riverberata da qualche cavità sotterranea. E parve pronunciare delle parole. Durò pochi secondi e svanì nel nulla. Poi la fanghiglia rugginosa lasciò il posto all’acqua limpida.
In casa non arrivava corrente elettrica e non c’era una caldaia a gas. In inverno suo padre scaldava l’acqua sul camino, invece d’estate metteva una fila di bottiglie al sole sui davanzali. Da bambina Francesca si divertiva a lavarsi usando le bottiglie, operazione che doveva essere eseguita entro due ore dal tramonto, prima che le case antistanti allungassero le loro ombre raffreddando l’acqua. Il riscaldamento era dato dal camino e da una stufa a legna nella camera da letto. Suo padre andava a fare legna nel bosco di famiglia a primavera e poi l’accatastava per farla essiccare.
«Il fuoco deve profumare, senza fare fumo», diceva a Francesca. «Se fa fumo è segno che la legna l’hai seccata male».
La portava con sé, quando andava nel bosco. Lei lo guardava scegliere l’albero giusto e lavorare di accetta e di sega e lui le spiegava le ragioni dei suoi gesti, ereditati dal padre e dal nonno. Anche lo spacco dei ciocchi lo faceva a mano.
Si sedette al tavolo della cucina e all’improvviso, nella solitudine di quella casa vecchia, abbandonata, fredda e buia, fu presa da una crisi di pianto. Rimase così seduta fino quasi al tramonto. Poi frugò nel cassetto dove ricordava che suo padre teneva sempre una scorta di candele e ne tirò fuori alcune, che preparò vicino alla porta di casa. Da qualche parte dovevano esserci un paio di lampade a gas da campeggio, ma chissà dove. Ci sarebbe stato tempo per rovistare. Uscì e s’incamminò verso l’unico locale aperto al pubblico del paese.
Mentre scendeva verso il centro fu fermata da una donna anziana che trascinava un carrello della spesa:
«Ma sei la fija de Riccardo? Mamma mia, te sei fatta donna!»
«Buonasera, signora Giulia»
«Quanto m’è dispiaciuto pe papà tuo, l’ho visto cresce! Non s’è più visto nessuno, qua! Vieni a casa, te offro un caffè, un bicchiere d’acqua».
«Magari più tardi, signora, devo andare a fare una telefonata».
A quel tempo, a gestire il Castagno Vecchio c’era la madre della signora Rosanna, ma la figlia le dava una mano e quel pomeriggio c’era lei, quando Francesca entrò e chiese di usare il telefono.
«È lì, a sinistra della porta», le rispose.
Francesca infilò la mano nella tasca dei jeans e tirò fuori un po’ di monete, non più di mille lire in pezzi da duecento. Non intendeva usarle tutte, doveva essere una chiamata breve. Ne infilò un paio e fece il numero di casa di Roma.
«Francesca? Ma dove stai? Che cavolo hai combinato, stavolta? C’era da andare a ritirare la raccomandata e stendere la lavatrice».
«Ero in ospedale, mamma, e poi bloccata per un guasto alla metro. Ti ricordo che hai altri due figli. Ora ascoltami perché devo dirti due cose».
«Adesso i panni puzzeranno, mi tocca lavare tutto daccapo. T’ha cercato pure quell’amica tua, quella con quell’aria da zoccola».
«Che dolce che sei. I tuoi figli maschi portano in casa ragazze per bene, io porto una zoccola».
«Tu sei una femmina! Non puoi chiuderti in camera tua con un’altra femmina! È una zoccola!»
«Che ti ha detto?»
«Ha parlato di una festa al mare. Ha detto che ti richiama. Io non ci parlo, le attacco il telefono in faccia».
«Ascoltami. La prima cosa che ti devo dire è che non torno più. Vengo a prendere la mia roba un giorno che non ci siete».
«Ah».
«La seconda è che mi prendo la casa di Cantarana. La casa e la macchina. Di tutto il resto non voglio sapere più niente: la casa di Roma e il conto corrente coi risparmi di papà non mi interessano, fateci quello che vi pare. Ma la casa al paese e la macchina sono mie».
«Ma che stai a dì? La casa al paese l’ho messa in vendita! Mica vorrai andare a vivere in quel rudere? Ho dato il mandato all’agenzia, non ci puoi stare lì!»
«Che hai fatto? Ma quando?»
«Un anno fa».
Francesca rimase diversi secondi in silenzio. Poi disse:
«Tra poco finisco le monete, quindi ascoltami. La casa non è più in vendita, è mia. Non vi azzardate a ficcarci il naso, né tu né quegli altri due. Tanto è un rudere, l’hai detto te, la casa di Roma da sola vale dieci volte di più e ciavete pure il conto in banca. La casa di Cantarana è mia. Dillo chiaramente a quei due stronzi, se li vedo da queste parti finisce male».
«Non parlare così dei tuoi fratelli!»
«I miei fratelli sono due pezzi di merda. State lontani da qua. Addio».
Agganciò. Si voltò verso Rosanna, che sorseggiava vino da un calice mentre sfogliava una rivista, e la salutò avviandosi verso la porta.
«Lo vuoi un bicchiere?», rispose la donna.
Francesca voleva tornare a rintanarsi in casa, ma esitò. Rosanna stava già tirando fuori un secondo calice.
«Papà tuo sarebbe felice di sapere che vuoi venire a vivere qua», le disse prendendo la bottiglia. «Secondo me tua madre non ci riuscirebbe a vendere, nessuno compra una casa in questo posto». Le versò il vino.
Francesca si avvicinò.
«Perfetto per me, allora», disse prendendo il bicchiere. «Nessuno mi vuole, dunque vado dove nessuno vuole stare».
«Qua sei benvenuta. Si ricordano tutti di te. Andavate a fare legna su al bosco la mattina presto e poi venivate qui a mangiare. Prendevi sempre gnocchi al sugo e cotoletta di pollo».
«E tiramisù».
«Beh, Il tiramisù di mamma è il migliore».
«Ti devo fare una domanda strana», disse Francesca. Ebbe un attimo di incertezza, perché non era sicura che ciò che stava per dire avesse senso. «Conosci qualcuno che si chiama Pentolara o Pentolaia o qualcosa di simile?».
«Qui in paese non c’è nessuno che si chiama così. Ma magari ai paesi vicini. Forse a Pagliano o a Civita o magari a Scalo».
Era buio quando s’incamminò verso casa tenendo per il collo una bottiglia di rosso. L’avrebbe stappata a cena, confidando che un’ubriacatura le avrebbe permesso di dormire. Nello slargo triangolare davnti alla chiesa che chiamavano «piazza», si rivide a giocare a campana e a saltare la corda con le sorelle De Cesari, che avevano la sua stessa età e che come lei venivano al paese quasi tutte le domeniche. Non aveva mai più visto le gemelle. Il campanile batté le sei in un silenzio spettrale, sembrava non esserci anima viva e Francesca si sentì sospesa fuori dal corso del tempo. Invece qualcuno la chiamò:
«Francesca? Sei te?»
Vide la sagoma di un uomo alto e grosso, che si avvicinò di qualche passo fino a portare il volto sotto la luce del lampione.
«Zio Domenico?»
La bocca dell’uomo sorrideva, ma gli occhi no. Non si era mai fatta troppe domande, su quel parente a cui suo padre rivolgeva solo saluti sfuggenti, un fratello col quale apparentemente non aveva rapporti. Ora le sembrò di vederlo davvero per la prima volta. Era vestito come un cacciatore. Aveva sempre avuto i capelli grigi? Si chiese se fosse più vecchio o più giovane di suo padre.
«Che bello vederti», disse lui. «Non venivi da qualche anno. Avete venduto?»
Francesca impiegò alcuni secondi a capire la domanda.
«No. La casa non è più in vendita».
«Ah no?» Il sorriso si spense.
«No».
«Ah. E il terreno? Il bosco, intendo».
«No, nemmeno quello, ovviamente».
«Ah. E come mai?»
«Adesso devo andare, zio, ci vediamo», rispose Francesca e proseguì per la sua strada.
Casa sua era una delle ultime nella parte nord del paese, poco prima di arrivare al cimitero, con le spalle rivolte alle montagne e al bosco. Il silenzio era totale. Bisognava salire una curva di scalini, passando sotto le finestre rotte dell’antico castello, che all’epoca non era ancora stato restaurato. L’aria era molto più fredda che a Roma, per fortuna aveva indossato la giacca invernale. Nel viottolo sterrato che conduceva alla porta di casa fu sorpresa da un vento improvviso. Ci trovò un gatto bianco, seduto, che la scrutava con un occhio giallo e uno azzurro. Aperta la porta di casa appese il cappello di Superman all’attaccapanni, tirò fuori l’accendino dalla tasca dei jeans e prese una delle candele. Il comignolo era senz’altro da pulire, perché il camino aveva fatto un po’ di fumo. Allora, a lume di candela, cercò la maniglia della finestra e l’aprì un poco. Il vento fece irruzione portando un gemito. E quel gemito disse le stesse parole che Francesca era sicura di aver sentito uscire dai tubi, quando nel pomeriggio aveva fatto scorrere l’acqua per la prima volta dalla morte di papà. Il vento accompagnava una voce che diceva: trova la pentolara.
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