
La Signora degli Appalachi di Ben Montgomery racconta la storia di Emma Gatewood, che a 67 anni percorse i 3.300 km dell’Appalachian Trail. Fu la prima donna a compiere l’impresa e la prima persona a ripeterla altre due volte (anche se l’ultima non fu tutta di seguito, ma aveva ormai 77 anni).
Questa qui sopra è la mia copia dell’edizione 2021 di Terre di Mezzo Editore, traduzione di Gioia Sartori. Il titolo originale è «Grandma Gatewood’s Walk». È una buona edizione, stampata su carta decente e con un’impaginazione gradevole e chiara.
Ben Montgomery è un giornaslista americano, premiato per le sue inchieste e fondatore di un sito dedicato al giornalismo narrativo. Racconta di aver sentito parlare per la prima di Emma Gatewood da sua madre, che quando era bambino gli raccontava le imprese dell’arzilla nonna di Gallipolis, in Ohio. Il fascino per la leggenda di questa donna l’ha accommpagnato per decenni, finché ha deciso di indagare, andando a cercare i figli rimasti in vita. Ha potuto così leggere i diari originali e parlare con le persone che l’hanno conosciuta, ricostruendo la sua biografia.
Emma Gatewood ebbe undici figli da un uomo che probabilmente non aveva mai amato e che, per coì dire, non fece grandi sforzi per farsi amare: la riempiva di botte, spessissimo, anche quando era incinta. Fra le altre cose le ruppe tutti i denti e le fracassò più volte le costole. Emma non riuscì a staccarsi da quest’uomo finché gli ultimi figli non furono grandi abbastanza da badare a se stessi. Non fu comunque facile, ma fu come rinascere.
Era una donna di campagna, con un buon livello di istruzione e aveva sempre amato fare passeggiate all’aria aperta. Un giorno lesse un articolo sul National Geographic in cui si parlava dell’Appalachian Trail, il cui tracciato fu completato nel 1937 e che all’epoca era il sentiero più lungo del mondo. A detta sua, l’articolo faceva sembrare il percorso una semplice passeggiata nella natura e s’invaghì dell’idea di percorrerlo per intero. Così nel 1955, all’età di 67 anni, quando era già bisnonna, senza dire niente ai figli per paura che la fermassero, partì con una sacca di jeans cucita da sé, un paio di scarpe di tela e una tenda da doccia come impermeabile. Viaggiò per poco meno di cinque mesi, dormendo perlopiù su letti di foglie, pietre riscaldate sul fuoco e rifugi spesso fatiscenti.
Le persone che la incontravano lungo il cammino s’incuriosivano e presto la voce iniziò a girare. In breve iniziarono ad apparire articoli sui giornali e Emma divenne una celebrità. Fu soprannominata «Nonna Gatewood».
Ancora oggi molti americani che si avvicinao al thru-hiking (la pratica di percorrere sentieri escursionistici molto lunghi) raccontano di essere stati ispirati dalla storia di Nonna Gatewood: «se ce l’ha fatta lei», pensano, «posso farlo anche io». Perché Emma era sì allenata e in salute, ma pur sempre anziana e senza esperienza e la sua impresa dimostra che ciò che conta di più è la forza della propria volontà. Grandma Gatewood ti fa questo effetto, ti fa venire il coraggio di uscire e andare a realizzare quel desiderio che covavi da tanti anni.
Il libro di Ben Montgomery è coinvolgente, ben documentato e appassionato e lo consiglio a tutti, indistintamente, non solo agli escursionisti. L’unico difetto, secondo me, è che si è fermato a tanto così dal fornire una risposta alla domanda che ci propone lungo tutto il racconto: perché?
I giornalisti chiedevano continuamente a Emma perché si fosse messa in un’impresa simile e lei dava sempre risposte evasive, ironiche o sarcastiche. E quando infine l’autore prova a darla lui una risposta, lo fa senza troppa convinzione, mi pare, lasciando il tema un po’ in sospeso.
Senza pretendere di fornire soluzioni facili a un tema complesso, da lettore di Jon Krakauer e amante delle escursioni in solitaria (anche se non ho mai fatto thru-hiking), penso che l’esperienza di Emma non sia diversa da quella di molti altri spericolati avventurieri. Stare soli nella natura selvaggia è un’esperienza totalizzante, anche spirituale, ma lo si fa soprattutto per un motivo: fuggire dalle sbarre invisibili della vita sociale e dimostrare a se stessi che se ne può fare a meno, che la libertà non è una fantasia irrealizzabile e si può raggiungere davvero: è lì nei boschi. E più la prigionia è stata dura, più cercherai e amerai quella libertà.
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