Estate del 2001.
Mi trovo insieme a Paolo Coppini al Circolo degli artisti, noto locale romano, per partecipare a una serata di musica dal vivo all’aperto, con un palcoscenico enorme, un sacco di pubblico, un sacco di luci. È uno di quegli eventi in cui vari artisti si alternano sul palco per 10 o 15 minuti ciascuno. Stiamo lì dal pomeriggio per fare il soundcheck. Sotto il cielo ancora luminoso, sulle sedie destinate al pubblico ancora vuote, ci facciamo i beati affaracci nostri: io tengo in braccio la chitarra e proviamo qualche canzone.
A un certo punto si avvicina questo vecchietto.
Lì per lì non lo riconosco, ma è un tipo famoso: attore di teatro prestato più volte al cinema d’autore. Comunque in quei mesi è noto soprattutto per un ruolo secondario in una fiction di successo per famigliole tele-lobotomizzate. Si avvicina a me e mi dice sorridendo, umile:
«Accidenti, sei bravo a suonare la chitarra!»
«Grazie… »
«Ti posso chiedere una cortesia?»
«Ma certo» rispondo io, per nulla insospettito.
«Sai, stasera vorrei cantare una canzoncina e avrei bisogno di un musicista che mi accompagni… » [Leggi di più…]
Il patto col Diavolo
Era un giorno del 1991. Joe Strummer se ne stava stravaccato sul divano di casa sua, davanti alla TV. Scorrevano immagini della Prima guerra del Golfo. A un certo punto, inaspettatamente, sullo schermo apparve il Diavolo. E il Diavolo si rivolse direttamente a Joe: Hey Joe, gli disse sghignazzando, te lo ricordi che abbiamo fatto un patto? La tua anima in cambio del successo mondiale. No, Joe non se lo ricordava.
Beh, non era esattamente il Diavolo in persona. In verità era un missile. Un missile americano, per essere precisi. Pronto a partire per radere al suolo qualche edificio di Baghdad. E non è che avesse proprio parlato, il diavolo-missile: più che altro portava un messaggio scritto. Qualche marine aveva dipinto una frase sulla fiancata di quella bomba: Rock the Casbah.
Strummer rimase decisamente scosso. Aveva trascorso la vita a cantare e predicare l’antimilitarismo e l’antiamericanismo e all’improvviso si rendeva conto che chiunque poteva prendere una sua canzone, privarla del senso originario e usarla per fare propaganda becera alla guerra.
Gli avevano portato via la sua musica, la sua anima. Per via del verso drop your bombs between the minarets, cantato su quel ritmo funky accattivante, Rock the Casbah era da tempo in rotazione nella radio ufficiale dell’esercito statunitense.
Hanno raccontato i suoi amici, anni dopo, che quel giorno Joe, sul divano della sua bella casa, davanti al suo costoso, grande televisore, cadde in una crisi che durò a lungo. Forse rimpianse la casa occupata dove viveva da ragazzo. Forse rimpianse l’ingenua indigenza di quando i Clash abbozzavano i primi accordi, Quando era un povero e sconosciuto strimpellatore, ma era ancora padrone della sua anima.
Melodrammi da rete
Mi è capitato di leggere un paio di articoli scritti da due musicisti famosi sui loro rispettivi blog. Gli argomenti sono i soliti: si stava meglio quando si stava peggio; il download illegale ha rovinato la musica; i giovani di oggi non sono ascoltatori attenti perché non leggono le note di copertina; un CD è per sempre e quindi 20 euro sono un buon prezzo; eccetera eccetera. Melo-drammi esistenziali causati da internet ma che proprio su internet cercano sfogo. Non faccio nomi perché si dice il peccato ma non il peccatore. E poi si tratta in entrambi i casi di roba vecchia, scritta quasi un anno fa. Ma comunque attuale. [Leggi di più…]
L’immagine domina la musica
Qualche giorno fa si è concluso il baraccone del Festival di Sanremo. Io non guardo mai il Festival, non da quando sono libero di scegliere quali programmi vedere (cioè da quando avevo 10 anni), quindi non faccio commenti sulla qualità dell’intrattenimento o delle canzoni. Però questa trasmissione televisiva si presta a un discorso che mi interessa: la crescente dipendenza della musica dall’ immagine. Ovviamente prima ho chiesto informazioni, giusto per capire se ci avevo visto giusto.
Credo siano in pochi, in Italia, a conoscere le AKB48. Sono un gruppo musicale femminile giapponese, composto da svariate decine di ragazze (chi dice 88, chi 64, chi 92, cui si sommano diverse aspiranti), suddivise in varie squadre che fanno spettacoli quotidiani in più posti contemporaneamente, sempre affollatissimi. Sono ragazze del tipo che in Giappone chiamano idol, cioè giovani, carine, aggraziate, popolari e ammirate dai coetanei, ragazze tra i 14 e 20 anni, che si muovono e si vestono in modo sessualmente allusivo ma sempre un passo prima del limite della decenza. Non suonano strumenti, non scrivono le canzoni che cantano né hanno particolari doti canore: cantano in coro, sorridono e fanno coreografie. [Leggi di più…]
Piazzisti
Languore di mezza mattinata. Vado al bar di fronte a prendere un caffè con cornetto. In molti locali hanno la mania di tenere un maxi schermo acceso su qualche programma che non interessa a nessuno. La coppia di cinesi che gestisce questo bar pensa che gli avventori siano interessati a una trasmissione in cui alcuni opinionisti chiacchierano di musica. Si noti che gli avventori, oltre a me, si riducono a un pensionato che sta leggendo il giornale: è un vecchio comunista che ho incrociato spesso ma che non mi saluta mai, forse perché non mi riconosce o forse perché gli sto sulle palle per qualche motivo a me ignoto. [Leggi di più…]
Serie al Tè
Aggiornamento: Non più disponibili!
La Serie al Tè è un gruppo di 5 sintetizzatori virtuali (formato VSTi) che ho prodotto nel 2009. Originariamente si chiamava Tea Series ed era stata distribuita, in un pacchetto unico, nel vecchio sito di Bottegasonora. Li metto nuovamente a disposizione dei navigatori.
Ho pensato questi plugin come delle creazioni “musicali”. Ho curato le interfacce grafiche, i nomi dei preset e i suoni immaginando paesaggi sonori e associazioni tra suoni e sapori. Per me, ognuno di questi sintetizzatori è come un piccolo album musicale. [Leggi di più…]
Capire l’arte o metterla da parte
Due storie che mi è capitato di leggere recentemente.
La prima. Un celebre e pluripremiato violinista viene convinto dal quotidiano Washington post a cimentarsi col suo Stradivari in una stazione della metropolitana, di mattina nell’ora di punta. Come fosse un musicista di strada (o busker come piace dire oggi). Il violinista è Joshua Bell. Passano davanti a lui non meno di un migliaio di persone, ma nessuna si ferma ad ascoltarlo per più di pochi secondi. Racimola 32 dollari in 45 minuti. Non sono pochi, direte voi, se lo facesse quattro ore al giorno per venti giorni al mese, farebbe più di 3400 dollari, una paga fantastica per un lavoretto part-time. Il fatto è che per ascoltarlo, due giorni prima, la gente ha esaurito un teatro di Boston da 100 dollari a biglietto. Cioè, ogni spettatore ha pagato più di 75 euro, per un solo concerto.
La seconda. Uno sconosciuto ragazzo pakistano, che fa il pescivendolo in un mercato di Londra, si inventa una canzoncina per attrarre i clienti al suo banco. Su una melodia fatta di tre note, canta have have a look, one pound fish, very very good, one pound fish. Semplice e diretto. Non è dato sapere di quanto riesca a incrementare le vendite di pesce, ma pare che in molti si fermino ad ascoltarlo e sappiamo che qualcuno gli fa un video e lo mette su Youtube. [Leggi di più…]
Giga sequencer
Per Natale ho voluto preparare un gioco da regalare agli amici e a tutti quei pazzi che mi danno credito, ascoltano le mie canzoni e leggono i miei articoli. Si chiama Giga sequencer ed è un programma di musica elettronica per suonare musica folk. Sì sono impazzito, ma non da ora: giuro che questa frase ha un senso. [Leggi di più…]
Corpi, materia, sudori e vibrazioni
Un tipo di quelli coi capelli bianchi ma l’animo da ragazzino. L’ho conosciuto qualche giorno fa. A metà della chiacchierata mi butta lì: “sono musicista”. E io rispondo: “anche io”. Esce fuori che è uno tosto: un pianista concertista e compositore di roba d’avanguardia novecentesca. Uno così non lo incontri tutti i giorni. Ha una voglia di parlare di musica che se lo mangia e io ovviamente lo assecondo volentieri. Ma il tempo è tiranno e siamo costretti a tagliare presto.
Freme, mi vuole parlare di un argomento. Non sopporta l’idea che ci sia gente che va dicendo che il pianoforte è in declino e presto sarà considerato poco più di una reliquia museale, come il clavicembalo o il liuto rinascimentale. [Leggi di più…]
Eddie Lang: bastava dire: “Pensaci tu, Eddie!”
Eddie Lang è la storia della chitarra moderna, ne rappresenta le fondamenta, con la sua vita incredibile e il suo genio tanto grande quanto sottovalutato.
“Durante le trasmissioni radiofoniche capitava spesso di dover improvvisare delle modulazioni che nessuno aveva mai provato. Allora Paul Whiteman, sotto lo sguardo ammirato e preoccupato dei musicisti, diceva:
«Pensaci tu, Eddie!»”
A parlare è Frank Trumbauer detto Frankie, che suonò per molti anni nell’orchestra di Paul Whiteman, una mega-band di 40 elementi. L’Eddie in questione è quello che io considero uno dei più importanti chitarristi di sempre: Eddie Lang.
Questo è uno dei tantissimi ricordi presenti in questo libro storico scritto da Adriano Mazzoletti, dal tittolo Eddie Lang, Stringin’ the blues
A farmi conoscere Eddie Lang fu Paolo Coppini. Il jazz degli anni ’20 era una delle sue specialità.
Anni dopo volli approfondirne la conoscenza, ma non era facile, perché su di lui si è scritto pochissimo. Sapevo dell’esistenza del libro di Mazzoletti, ma non lo avevo mai letto. Poi un giorno, facendo un giro tra le bancarelle della Festa dell’Unità di Roma, a Caracalla, mi imbattei in una copia usata di questo volume.
Comprata al volo.
Ho fatto spesso di questi affari nelle bancarelle.
Quella di Eddie Lang e del suo grande amico Joe Venuti è una storia su cui si potrebbe fare un filmone della madonna. Una storia di riscatto sociale, di amicizia, di talento, di successo, notti brave, risse, scherzi. Una storia di italiani che spazzano via lo stereotipo dell’italoamericano mafioso a suon di accordi alterati e virtuosismi mai sentiti prima.
Facendo un sacco di soldi, tra l’altro.
Eddie Lang era uno pseudonimo (preso dal nome di un giocatore di basket, tale Eddy). All’anagrafe si chiamava Salvatore Massaro. Quando suonava blues per i neri (i dischi cosiddetti race records) si faceva chiamare Blind Willie Dunn (mitici i duetti con un altro talento chitarristico dell’epoca, il bluesman nero Lonnie Johnson).
Perché tutti questi nomi? Probabilmente per celare all’americano medio la cruda verità: che il figlio di due immigrati molisani gli faceva il culo a stelle e strisce a tutti, bianchi wasp e bluesmen neri.
Per lui era facile, cresciuto in una famiglia dove tutti suonavano qualche strumento e il padre era un mezzo liutaio.
Eddie/Salvatore ha inventato l’uso della chitarra solista nel jazz (all’epoca la chitarra era usata solo per l’accompagnamento dai cantanti blues o come strumento ritmico nel jazz). Salvatore imbracciava la sei corde e suonava quello che c’era da suonare, con una tecnica solida come il granito, lasciando tutti a bocca aperta.
Se accompagnava un cantante famoso, gli suonava sotto accordi mai sentiti e improvvisava spettacolari contrappunti sulla corda singola.
E il suo amico Joe Venuti non era da meno. Matto come un cavallo, rissoso, sempre in vena di scherzi assurdi, col suo violino era capace di suonare qualsiasi cosa con un tocco impareggiabile. Insieme incantavano pubblico e musicisti.
Lo stile di Eddie Lang, secondo me, è unico. I paragoni coi grandi chitarristi venuti subito dopo mi sembrano forzature. C’è troppa differenza col fraseggio frenetico e travolgente di Django Reinhardt o con quello dolce e ispirato di Charlie Christian.
Secondo Mazzoletti invece Lang ha avuto un’influenza determinante proprio su questi due. Va detto che è stato probabilmente il primo a usare accordi diminuiti e scale esatonali. Il suo tocco è semplicemente perfetto: elegante, pulito, solido, ma anche originale, intriso com’è di musica popolare italiana, chitarra classica (pare che non abbia mai perso un concerto americano di Andrès Segovia) e blues (certe notti se ne andava ad Harlem e si metteva a suonare insieme ai neri, in un periodo in cui le orchestre miste erano rarissime).
Eddie Lang è morto giovane, per un caso di mala sanità. Gli hanno fatto una anestesia che si è rivelata letale. Lo stavano operando per togliergli le tonsille. Era il 1933.
Oggi la figura di Eddie Lang è in corso di rivalutazione (vedi anche l’Eddie Lang Jazz Festival di Monteroduni). In parte forse ha contribuito anche il testo di Mazzoletti, che è un’opera storicamente importante. La seconda metà del libro è dedicata alla discografia completa: una ricerca così è amore puro.