Primavera del 1998. Sto dentro una macchina di quelle coi doppi pedali, al posto del guidatore. Quando ho deciso di prendere la patente, non sono andato a iscrivermi alla scuola guida. Mi sono fatto prestare il libretto di teoria dalla mia ragazza, me lo sono leggiucchiato, ho fatto qualche test di prova e poi sono andato a fare l’esame alla motorizzazione. Ma per la pratica ho dovuto rivolgermi a un istruttore.
Così eccomi accanto a questo sconosciuto. Tengo le mani sul volante. Il tipo vede le unghie lunghe della mano destra e, come mi è capitato mille volte (e altre mille mi capiterà nella vita), chiede:
«Suoni la chitarra?»
«Sì.»
Allora lui giunge le mani a preghiera davanti al petto, le oscilla su e giù e dice ridacchiando:
«Ma co la musica nun ce se campa!»
Cioè, non è che ci conosciamo. Questa sua battuta geniale e originalissima me la regala così, anche se tra noi non c’è alcuna confidenza. Non ricordo di preciso cosa ho bofonchiato in risposta, ma più o meno ho abbozzato. [Read more…]
Pete Seeger
Oggi sono stato al funerale di un carissimo amico di famiglia, per me praticamente uno zio. Una chiesa gremita, segno che c’era davvero un sacco di gente che gli voleva bene.
Qualche ora dopo, ho saputo della scomparsa di Pete Seeger, uno dei più grandi in assoluto. Non solo perché ha scritto belle canzoni. Non solo perché se ne è sempre fregato delle mode. La sua opera monumentale di recupero delle American ballads è stata e continua a essere una fonte di ispirazione per tutti gli amanti del folk.
Non c’è connessione tra i due fatti, ovviamente. Però domani mi sparo il buon vecchio Pete per tutto il giorno. Pensando al mio quasi-zio.
Una promessa è un debito
Quasi come Easy rider. Diciamo la versione urban-proletaria. È la fine degli anni ’90. Io e mio cugino (talentuoso chitarrista) solchiamo le vie di Roma nella notte, a cavallo dei nostri Sì Piaggio. Le chitarre dietro la schiena e i capelli al vento (il casco non è ancora obbligatorio). Pure io, sono ancora dotato di chioma ed è così prospera che lunghi boccoli neri svolazzano spudorati alle mie spalle.
Formiamo un duo di rock acustico. Motivo dichiarato: fare serate nei pub. E un po’ di grana.
Leghiamo i motorini a un palo davanti a un locale di San Lorenzo. Uno dei due titolari, quello che si occupa di organizzare i concerti, si mostra subito disponibile, cosa che non capita quasi mai. È un tipo stravagante ma simpatico. Riccioli incolti lungo la schiena e giubbotto da motociclista. Ascolta la nostra demo, gli piace. Dice che va bene e ci fissa una data. Ma a una condizione: per suonare da lui bisogna fare almeno una cover di Hendrix, altrimenti niente.
«Ma certo» assicuriamo noi. «Che problema c’è?»
Invece il problema c’è. [Read more…]
A Natale la musica ci sta bene
Nei prossimi giorni, negozi, metropolitane e centri commerciali ci sbomballeranno con le canzoni natalizie: quelle canzoni pallosissime sempre uguali ma che fanno tanto atmosfera. Xilofoni e campanelle con abbondanti dosi di archi e cori gospel. Cos’è il Natale senza un coro gospel?
Sì, ma a Natale la musica ci sta bene.
In alternativa, le radio ci propineranno Last Christmas degli Wham!, che è uscita 29 anni fa e che da allora impazza nel periodo che va dall’8 al 31 dicembre. Per scampare ai cantanti in stile soul che gorgheggiano motivetti sciropposi, ci si aggrappa a una vecchia canzone synth-pop. A proposito, originariamente doveva chiamarsi Last Easter e doveva uscire a Pasqua, ma poi i discografici hanno pensato che a Natale si sarebbe venduta di più, così hanno cambiato titolo e testo. Perché? Perché a Natale la musica ci sta bene. [Read more…]
Sciamanesimo rock
Ottobre. Sto guidando in una mattina di pioggia. Una di quelle mattine di pioggia in cui tutto è grigio e lacrimevole come il cielo. Accendo l’autoradio per spegnere i pensieri, che non sono di quelli confortanti.
Insomma, non è un gran periodo. O meglio, è un gran periodo perché esattamente sette mesi fa sono diventato padre, una faccenda capace di far passare in secondo piano qualsiasi guaio. Ma le rogne del lavoro sanno approfittare di un giorno di pioggia per tornare a guastarti l’umore.
Sei anni fa ho messo su un’impresa e da poco ho dovuto chiuderla, causa crisi. È molto triste abbandonare una cosa in cui, a parte il denaro, si è investito in energie fisiche, speranze, emozioni. E poi alla burocrazia importa poco se te la passi male, continua comunque a pretendere soldi. Insomma, sto lì che guido la macchina in questo stato depressivo, quando la tipa di Radio Rock annuncia che un ascoltatore ha richiesto una canzone. La canzone è Green machine dei Kyuss. [Read more…]
Lou Reed, il Concertone, Robert Plant, i sassolini e la sfiga.
1993. Ho 15 anni e faccio la quinta ginnasio. Niente scuola, si va un po’ in giro coi compagni di classe. Non è che facciamo sega, è che è il 1° Maggio.
Frequentiamo un liceo nel quartiere Appio Latino a Roma, vicino a Piazza S. Giovanni. Dunque ci organizzano il Concertone sotto il naso. E quell’anno, al Concertone, c’è ospite un certo signore di nome Robert Plant.
I capolavori degli Zeppelin, in realtà, li scoprirò un anno più tardi, ma chi è il capellone biondo lo so già e non sto nella pelle: voglio vedere dal vivo il cantante di questo gruppo famigerato.
Nell’era di internet, se vuoi ascoltare una band storica che non conosci, vai su Youtube e ti spari tutta la discografia in streaming gratuito; ma nei primi anni ’90 hai solo tre possibilità: o trovi un amico che ti presta gli album o trovi i soldi per comprarteli o ti attacchi al tram.
Siccome al tram (all’epoca il 30 barrato) non posso attaccarmici, perché il 1° maggio i mezzi pubblici non funzionano, tento una quarta via: farmela a piedi da Circo Massimo a San Giovanni per ascoltare il biondone dal vivo.
Ma c’è un problema: ai miei compagni di classe di Plant e del rock in generale non gliene frega niente. La cosa più trasgressiva che ascoltano è Raf. [Read more…]
L’ultimo concerto di Coppini
Esattamente 5 anni fa moriva Paolo Coppini. È una buona occasione per pubblicare il racconto del suo ultimo concerto. Che doveva esserci ma invece non c’è stato. Però poi quasi sì.
Primavera del 2008. Abbiamo organizzato una serata al Caffè Libreria Flexi di Via Clementina a Roma, nel Rione Monti, un bel locale che oggi non c’è più. L’evento prevede la proiezione di Romanina blues (il documentario di Stefano Romani su Paolo Coppini) e poi il concerto: a me spetta la chitarra, a Coppini spettano voce, presenza scenica, kazoo, chiacchiere, battutacce e stonature consuete. C’è gente e la serata promette bene. Ma arrivano gli ispettori della SIAE. E arrivano in giacca, cravatta e valigetta. [Read more…]
Un marocchino, un romanó, tre canadesi, un italo-americano, due francesi
È uno splendido mattino di settembre. Me ne sto seduto al tavolino di un bar all’aperto, nei pressi del Colosseo, con la mia compagna, mia suocera e mia figlia di quasi cinque mesi. Classico bar per turisti, prezzi alti e caffè cattivo.
Mentre il personale cerca di guastarmi l’atmosfera col marocchino più schifoso che abbia mai bevuto, si avvicina un musicista gitano con una fisarmonica. Abituato a sentire le solite nenie trite e ritrite buttate lì, penso che non potrebbe andare peggio.
E invece resto piacevolmente sorpreso: il musicista romanó* suona le canzonette pallose che mi aspettavo, ma in modo tanto magistrale da renderle intriganti: movimenti di bassi divertenti e armonizzazioni zeppe di alterazioni jazz fanno sembrare fresca persino la solita My way.
Riesce a farmi mandar giù il marocchino che sa di bruciato. [Read more…]
Musica sacra
Estate del 1997, mi pare. Sto in villeggiatura presso un mucchietto di case in mezzo ai monti: niente bar, niente ufficio delle poste, non c’è un medico, un giornalaio, un tabaccaio. Un pugno di edifici classificato come frazione di un paese che sta tante, tante curve di montagna più a valle. Un mio carissimo amico ha una magione in questo avamposto in bilico sul confine del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, versante marchigiano.
La proposta, rivolta a me e a un altro amico, è stata:
«Suoniamo alla messa di Ferragosto?»
Sì, perché in questo posto non hanno un forno che faccia il pane, ma una chiesa dove sentir messa, quella sì.
Siamo tutti giovani, atei e mangiapreti. Ovviamente partiamo senza indugi.
Due settimane fuori dal mondo. Niente carnai in spiaggia, rave illegali o pogo forsennato all’international rock-festival nel vattelappesca-shire. Andiamo a scrivere musica per paesani cattolici. [Read more…]
Una Newsletter
Facciamo rete! Se no che ci stiamo a fare su internet?
Ecco, un buon modo per fare rete sono le newsletter, almeno quelle come si deve, cioè non invadenti, essenziali e discrete.
Il titolo (Bollettino dei fatti e dei misfatti) è dovuto al bieco motivo che volevo fare rima con Ricatti.
Siccome odio quelli che mi intasano la casella con quintali di e-mail, ho deciso di rispettare una rigorosa cadenza mensile, che mi sembra ampiamente sopportabile. Il Bollettino arriva il 24esimo giorno del mese.
Per iscriversi basta inserire qui sotto il proprio indirizzo e-mail.
Belle figure
Estate del 2001.
Mi trovo insieme a Paolo Coppini al Circolo degli artisti, noto locale romano, per partecipare a una serata di musica dal vivo all’aperto, con un palcoscenico enorme, un sacco di pubblico, un sacco di luci. È uno di quegli eventi in cui vari artisti si alternano sul palco per 10 o 15 minuti ciascuno. Stiamo lì dal pomeriggio per fare il soundcheck. Sotto il cielo ancora luminoso, sulle sedie destinate al pubblico ancora vuote, ci facciamo i beati affaracci nostri: io tengo in braccio la chitarra e proviamo qualche canzone.
A un certo punto si avvicina questo vecchietto.
Lì per lì non lo riconosco, ma è un tipo famoso: attore di teatro prestato più volte al cinema d’autore. Comunque in quei mesi è noto soprattutto per un ruolo secondario in una fiction di successo per famigliole tele-lobotomizzate. Si avvicina a me e mi dice sorridendo, umile:
«Accidenti, sei bravo a suonare la chitarra!»
«Grazie… »
«Ti posso chiedere una cortesia?»
«Ma certo» rispondo io, per nulla insospettito.
«Sai, stasera vorrei cantare una canzoncina e avrei bisogno di un musicista che mi accompagni… » [Read more…]
Il patto col Diavolo
Era un giorno del 1991. Joe Strummer se ne stava stravaccato sul divano di casa sua, davanti alla TV. Scorrevano immagini della Prima guerra del Golfo. A un certo punto, inaspettatamente, sullo schermo apparve il Diavolo. E il Diavolo si rivolse direttamente a Joe: Hey Joe, gli disse sghignazzando, te lo ricordi che abbiamo fatto un patto? La tua anima in cambio del successo mondiale. No, Joe non se lo ricordava.
Beh, non era esattamente il Diavolo in persona. In verità era un missile. Un missile americano, per essere precisi. Pronto a partire per radere al suolo qualche edificio di Baghdad. E non è che avesse proprio parlato, il diavolo-missile: più che altro portava un messaggio scritto. Qualche marine aveva dipinto una frase sulla fiancata di quella bomba: Rock the Casbah.
Strummer rimase decisamente scosso. Aveva trascorso la vita a cantare e predicare l’antimilitarismo e l’antiamericanismo e all’improvviso si rendeva conto che chiunque poteva prendere una sua canzone, privarla del senso originario e usarla per fare propaganda becera alla guerra.
Gli avevano portato via la sua musica, la sua anima. Per via del verso drop your bombs between the minarets, cantato su quel ritmo funky accattivante, Rock the Casbah era da tempo in rotazione nella radio ufficiale dell’esercito statunitense.
Hanno raccontato i suoi amici, anni dopo, che quel giorno Joe, sul divano della sua bella casa, davanti al suo costoso, grande televisore, cadde in una crisi che durò a lungo. Forse rimpianse la casa occupata dove viveva da ragazzo. Forse rimpianse l’ingenua indigenza di quando i Clash abbozzavano i primi accordi, Quando era un povero e sconosciuto strimpellatore, ma era ancora padrone della sua anima.
Melodrammi da rete
Mi è capitato di leggere un paio di articoli scritti da due musicisti famosi sui loro rispettivi blog. Gli argomenti sono i soliti: si stava meglio quando si stava peggio; il download illegale ha rovinato la musica; i giovani di oggi non sono ascoltatori attenti perché non leggono le note di copertina; un CD è per sempre e quindi 20 euro sono un buon prezzo; eccetera eccetera. Melo-drammi esistenziali causati da internet ma che proprio su internet cercano sfogo. Non faccio nomi perché si dice il peccato ma non il peccatore. E poi si tratta in entrambi i casi di roba vecchia, scritta quasi un anno fa. Ma comunque attuale. [Read more…]
L’immagine domina la musica
Qualche giorno fa si è concluso il baraccone del Festival di Sanremo. Io non guardo mai il Festival, non da quando sono libero di scegliere quali programmi vedere (cioè da quando avevo 10 anni), quindi non faccio commenti sulla qualità dell’intrattenimento o delle canzoni. Però questa trasmissione televisiva si presta a un discorso che mi interessa: la crescente dipendenza della musica dall’ immagine. Ovviamente prima ho chiesto informazioni, giusto per capire se ci avevo visto giusto.
Credo siano in pochi, in Italia, a conoscere le AKB48. Sono un gruppo musicale femminile giapponese, composto da svariate decine di ragazze (chi dice 88, chi 64, chi 92, cui si sommano diverse aspiranti), suddivise in varie squadre che fanno spettacoli quotidiani in più posti contemporaneamente, sempre affollatissimi. Sono ragazze del tipo che in Giappone chiamano idol, cioè giovani, carine, aggraziate, popolari e ammirate dai coetanei, ragazze tra i 14 e 20 anni, che si muovono e si vestono in modo sessualmente allusivo ma sempre un passo prima del limite della decenza. Non suonano strumenti, non scrivono le canzoni che cantano né hanno particolari doti canore: cantano in coro, sorridono e fanno coreografie. [Read more…]
Piazzisti
Languore di mezza mattinata. Vado al bar di fronte a prendere un caffè con cornetto. In molti locali hanno la mania di tenere un maxi schermo acceso su qualche programma che non interessa a nessuno. La coppia di cinesi che gestisce questo bar pensa che gli avventori siano interessati a una trasmissione in cui alcuni opinionisti chiacchierano di musica. Si noti che gli avventori, oltre a me, si riducono a un pensionato che sta leggendo il giornale: è un vecchio comunista che ho incrociato spesso ma che non mi saluta mai, forse perché non mi riconosce o forse perché gli sto sulle palle per qualche motivo a me ignoto. [Read more…]
Serie al Tè
Aggiornamento: Non più disponibili!
La Serie al Tè è un gruppo di 5 sintetizzatori virtuali (formato VSTi) che ho prodotto nel 2009. Originariamente si chiamava Tea Series ed era stata distribuita, in un pacchetto unico, nel vecchio sito di Bottegasonora. Li metto nuovamente a disposizione dei navigatori.
Ho pensato questi plugin come delle creazioni “musicali”. Ho curato le interfacce grafiche, i nomi dei preset e i suoni immaginando paesaggi sonori e associazioni tra suoni e sapori. Per me, ognuno di questi sintetizzatori è come un piccolo album musicale. [Read more…]
Capire l’arte o metterla da parte
Due storie che mi è capitato di leggere recentemente.
La prima. Un celebre e pluripremiato violinista viene convinto dal quotidiano Washington post a cimentarsi col suo Stradivari in una stazione della metropolitana, di mattina nell’ora di punta. Come fosse un musicista di strada (o busker come piace dire oggi). Il violinista è Joshua Bell. Passano davanti a lui non meno di un migliaio di persone, ma nessuna si ferma ad ascoltarlo per più di pochi secondi. Racimola 32 dollari in 45 minuti. Non sono pochi, direte voi, se lo facesse quattro ore al giorno per venti giorni al mese, farebbe più di 3400 dollari, una paga fantastica per un lavoretto part-time. Il fatto è che per ascoltarlo, due giorni prima, la gente ha esaurito un teatro di Boston da 100 dollari a biglietto. Cioè, ogni spettatore ha pagato più di 75 euro, per un solo concerto.
La seconda. Uno sconosciuto ragazzo pakistano, che fa il pescivendolo in un mercato di Londra, si inventa una canzoncina per attrarre i clienti al suo banco. Su una melodia fatta di tre note, canta have have a look, one pound fish, very very good, one pound fish. Semplice e diretto. Non è dato sapere di quanto riesca a incrementare le vendite di pesce, ma pare che in molti si fermino ad ascoltarlo e sappiamo che qualcuno gli fa un video e lo mette su Youtube. [Read more…]
Giga sequencer
Per Natale ho voluto preparare un gioco da regalare agli amici e a tutti quei pazzi che mi danno credito, ascoltano le mie canzoni e leggono i miei articoli. Si chiama Giga sequencer ed è un programma di musica elettronica per suonare musica folk. Sì sono impazzito, ma non da ora: giuro che questa frase ha un senso. [Read more…]
Corpi, materia, sudori e vibrazioni
Un tipo di quelli coi capelli bianchi ma l’animo da ragazzino. L’ho conosciuto qualche giorno fa. A metà della chiacchierata mi butta lì: “sono musicista”. E io rispondo: “anche io”. Esce fuori che è uno tosto: un pianista concertista e compositore di roba d’avanguardia novecentesca. Uno così non lo incontri tutti i giorni. Ha una voglia di parlare di musica che se lo mangia e io ovviamente lo assecondo volentieri. Ma il tempo è tiranno e siamo costretti a tagliare presto.
Freme, mi vuole parlare di un argomento. Non sopporta l’idea che ci sia gente che va dicendo che il pianoforte è in declino e presto sarà considerato poco più di una reliquia museale, come il clavicembalo o il liuto rinascimentale. [Read more…]
Eddie Lang: bastava dire: “Pensaci tu, Eddie!”
Eddie Lang è la storia della chitarra moderna, ne rappresenta le fondamenta, con la sua vita incredibile e il suo genio tanto grande quanto sottovalutato.
“Durante le trasmissioni radiofoniche capitava spesso di dover improvvisare delle modulazioni che nessuno aveva mai provato. Allora Paul Whiteman, sotto lo sguardo ammirato e preoccupato dei musicisti, diceva:
«Pensaci tu, Eddie!»”
A parlare è Frank Trumbauer detto Frankie, che suonò per molti anni nell’orchestra di Paul Whiteman, una mega-band di 40 elementi. L’Eddie in questione è quello che io considero uno dei più importanti chitarristi di sempre: Eddie Lang.
Questo è uno dei tantissimi ricordi presenti in questo libro storico scritto da Adriano Mazzoletti, dal tittolo Eddie Lang, Stringin’ the blues
A farmi conoscere Eddie Lang fu Paolo Coppini. Il jazz degli anni ’20 era una delle sue specialità.
Anni dopo volli approfondirne la conoscenza, ma non era facile, perché su di lui si è scritto pochissimo. Sapevo dell’esistenza del libro di Mazzoletti, ma non lo avevo mai letto. Poi un giorno, facendo un giro tra le bancarelle della Festa dell’Unità di Roma, a Caracalla, mi imbattei in una copia usata di questo volume.
Comprata al volo.
Ho fatto spesso di questi affari nelle bancarelle.
Quella di Eddie Lang e del suo grande amico Joe Venuti è una storia su cui si potrebbe fare un filmone della madonna. Una storia di riscatto sociale, di amicizia, di talento, di successo, notti brave, risse, scherzi. Una storia di italiani che spazzano via lo stereotipo dell’italoamericano mafioso a suon di accordi alterati e virtuosismi mai sentiti prima.
Facendo un sacco di soldi, tra l’altro.
Eddie Lang era uno pseudonimo (preso dal nome di un giocatore di basket, tale Eddy). All’anagrafe si chiamava Salvatore Massaro. Quando suonava blues per i neri (i dischi cosiddetti race records) si faceva chiamare Blind Willie Dunn (mitici i duetti con un altro talento chitarristico dell’epoca, il bluesman nero Lonnie Johnson).
Perché tutti questi nomi? Probabilmente per celare all’americano medio la cruda verità: che il figlio di due immigrati molisani gli faceva il culo a stelle e strisce a tutti, bianchi wasp e bluesmen neri.
Per lui era facile, cresciuto in una famiglia dove tutti suonavano qualche strumento e il padre era un mezzo liutaio.
Eddie/Salvatore ha inventato l’uso della chitarra solista nel jazz (all’epoca la chitarra era usata solo per l’accompagnamento dai cantanti blues o come strumento ritmico nel jazz). Salvatore imbracciava la sei corde e suonava quello che c’era da suonare, con una tecnica solida come il granito, lasciando tutti a bocca aperta.
Se accompagnava un cantante famoso, gli suonava sotto accordi mai sentiti e improvvisava spettacolari contrappunti sulla corda singola.
E il suo amico Joe Venuti non era da meno. Matto come un cavallo, rissoso, sempre in vena di scherzi assurdi, col suo violino era capace di suonare qualsiasi cosa con un tocco impareggiabile. Insieme incantavano pubblico e musicisti.
Lo stile di Eddie Lang, secondo me, è unico. I paragoni coi grandi chitarristi venuti subito dopo mi sembrano forzature. C’è troppa differenza col fraseggio frenetico e travolgente di Django Reinhardt o con quello dolce e ispirato di Charlie Christian.
Secondo Mazzoletti invece Lang ha avuto un’influenza determinante proprio su questi due. Va detto che è stato probabilmente il primo a usare accordi diminuiti e scale esatonali. Il suo tocco è semplicemente perfetto: elegante, pulito, solido, ma anche originale, intriso com’è di musica popolare italiana, chitarra classica (pare che non abbia mai perso un concerto americano di Andrès Segovia) e blues (certe notti se ne andava ad Harlem e si metteva a suonare insieme ai neri, in un periodo in cui le orchestre miste erano rarissime).
Eddie Lang è morto giovane, per un caso di mala sanità. Gli hanno fatto una anestesia che si è rivelata letale. Lo stavano operando per togliergli le tonsille. Era il 1933.
Oggi la figura di Eddie Lang è in corso di rivalutazione (vedi anche l’Eddie Lang Jazz Festival di Monteroduni). In parte forse ha contribuito anche il testo di Mazzoletti, che è un’opera storicamente importante. La seconda metà del libro è dedicata alla discografia completa: una ricerca così è amore puro.